Perché il 4 marzo voterò +Europa di Emma Bonino

Mancano dieci giorni alle elezioni italiane del 4 marzo, e la campagna elettorale su cui sta per calare il sipario è stata la solita cavalleria rusticana di promesse e spergiuri, di sit-in sotto il Museo Egizio di Torino e di programmi elettorali copincollati da Wikipedia; il solito spettacolo misero di un paese ormai assuefatto all’abitudine di guardarsi le punte dei piedi, senza prospettiva e senza voci che trascendano lo sterile lamento. Una legge elettorale assemblata all’insegna della morigeratezza – diciamo così – è destinata a perpetuare i mali di quella «palude» di cui una volta Matteo Renzi era acerrimo nemico, e intanto l’elettorato discute delle forze in campo, delle prospettive post-elettorali e del mai così attuale concetto di “voto utile”.

Ad accendere la conversazione sono stati, tra gli altri, Francesco Costa con un post iper-virale sul suo blog, e il suo direttore Luca Sofri, che gli ha risposto a stretto giro. Riducendo ai minimi termini (non me ne vogliano gli autori), sembra che il ragionamento del primo sia imperniato su un’assennata e responsabile chiamata alla costituzione di un fronte repubblicano anti-Salvini, Di Maio e compagnia, mentre l’obiezione del secondo verta sul carattere ricattatorio (o persino «antidemocratico», si legge) di una simile prospettiva, che peraltro rischia di fornire un alibi a partiti, come il Pd, che potranno sempre contare sull’effetto “o con noi, o l’apocalisse”.

Mi vengono in mente un paio di punti: il primo è che il richiamo al voto responsabile non è un collante efficace, o almeno non ha funzionato in occasione del referendum costituzionale. Indirizzerei il dato più a Sofri che a Costa, tuttavia: davvero il Pd rimanda o annichilisce la sua spinta progressista perché conta sul fatto che ci sarà sempre chi lo vota in funzione anti-grillini? Quel che ho visto negli ultimi anni, in realtà, è più simile all’opposto: un partito prima preoccupato, poi in confusione e infine sostanzialmente allo sbando che ha fatto propri temi, ordini del giorno e pratiche dei suoi avversari, provando a rosicchiare consenso senza alcuna ratio politica registrabile, finendo per assomigliare ai cattivi ben più di quanto richiederebbe una diversità da sbandierare in periodo pre-elettorale. Provando a metterla in altri termini, votare Pd oggi non è il proverbiale turarsi il naso; se si rimane sul piano metaforico, somiglia più a lasciare gradatamente la presa sulle narici, optando per inalare nuovi odori ben definiti. Il 4 marzo sono in gioco posizioni, culture politiche e valori: Sofri – e con lui altri – hanno ragione nel rivendicare che sta a noi scegliere cosa respirare. Costa, dal canto suo, fa bene a ripetere un’ovvietà dirimente, ovvero che un governo di Salvini o Di Maio avrebbe verosimilmente effetti non solo grotteschi ma deleteri per questo paese. In ogni caso – va detto, e subito – il 5 marzo non potremo lamentarci. Chi ha votato un secco No al referendum del 4 dicembre non potrà stracciarsi le vesti per l’incipiente valzer delle larghe intese, ad esempio, ma anche gli elettori riluttanti del Pd dovranno accettare di aver espresso un endorsement verso certe linee e certe altre rotte.

A fronte di queste considerazioni, la mia scelta convinta è una piacevole terza via: voterò Più Europa, la lista di Emma Bonino in coalizione col Partito democratico. C’è chi, come Marco Taradash, ha chiamato questa opzione «salvarsi l’animaccia», e forse in un certo senso ha ragione, ma segnalerei che la stessa esistenza di persone che sentono l’urgenza di «salvarsi l’anima», magari dopo aver sempre votato Pd, è già di per sé un dato politico significativo. Il Partito democratico, che pure si è adoperato per una serie di cose ben orientate – la legge sulle unioni civili, il biotestamento, buona parte del vituperato Jobs Act – ha scelto negli ultimi mesi di cedere a scossoni populisti e qualunquisti, imboccando strade non sue. Per esempio, è diventato il partito di uno dei nomi di rilievo delle sue candidature, il ministro Marco Minniti, l’uomo della trattativa con la Libia, il lodato autore della politica del pugno di ferro sull’immigrazione. Ecco: Minniti, l’uomo che dopo l’attentato terroristico di Macerata – con un volo pindarico logico raro anche per la retorica dei politici italiani – precisa che «ci aveva visto giusto» con la sua campagna anti-Ong, semplicemente non fa per me. Anche qui: il 4 marzo non si vota soltanto Minniti, né è l’unica variabile su cui scegliere, ma di certo si può scegliere di votare un partito che si è intestato con orgoglio un piano internazionale (che non è mai stato un piano, per la cronaca: è un accordicchio scritto di corsa), eliminando un non-problema e nascondendo soprusi seriali e schiavitù come polvere sotto il tappeto. Non sarà un argomento à la page, sagace o semplice da discutere agli aperitivi in Brera, ma riguarda la tragica vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone: vite di cui l’Italia – e un partito che doveva essere moderno e progressista – sono direttamente responsabili.

Se posso farlo, preferisco unire l’utile al dilettevole, optare per il meglio passato dal convento e prevenire ogni distopico disastro all’orizzonte: cioè votare Emma Bonino, che sulla questione migranti ha idee decisamente più progressiste, responsabili e solidali di Minniti, e la quale mi auguro avrà la voce e i numeri per influenzare la linea del Pd su un tema così centrale. Se dopo il 4 dicembre il Partito democratico si è attorcigliato su se stesso fino a soffocare nell’inanità e nelle brutte figure, e i suoi argini da partito maggioritario di sinistra anti-capipopolo hanno retto sempre meno, il modo migliore di proseguire è fare un bilancio onesto, a bocce ferme, e capire cosa si vuol essere (o diventare). Più Europa in questo senso ha le idee chiare a partire dal nome, e se un suo possibile exploit dovesse danneggiare il Pd, come sembra, vorrà dire innanzitutto che il Pd avrà una lezione da imparare (a dirla tutta, mi convincono anche le proposte boniniane su alcuni degli altri temi che mi stanno a cuore, dalle politiche culturali all’idea di un sistema di ammortizzatori sociali concordato a livello europeo. Dategli un’occhiata, al programma di Più Europa: ci troverete buonissime cose).

Rimane, per me, un idem sentire con molte delle espressioni e personalità contenute nel “partitone” di sinistra – soprattutto, va detto, se guardo ai suoi dichiarati critici bipartisan: di qua noiosi mammasantissima del Neoliberismo Ovunque (orpole, ma dove sarebbe, esattamente?) per cui la tesi copiata della Madia o una battuta spiacevole di Poletti pesano quanto la linea Minniti, e dai quali Emma Bonino è stigmatizzata in quanto «di destra»; di là pericolosi turboxenofobi preda di complotti e sindromi da accerchiamento – ma la minima, necessaria dimensione morale che interseca quella politica mi impone di guardare altrove. E non certo alle altre forze in campo, su cui francamente non saprei dire altro rispetto a ciò di cui una persona consapevole è già al corrente: Lega, Fratelli d’Italia, Movimento 5 stelle, Liberi e Uguali e il resto dell’accrocco sono – in proporzioni e modi diversi – castelli di carta fatti per soffiare sul fuoco del risentimento popolare da tutto-e-subito, specchietti per allodole che devono scommettere sulla frustrazione, dunque congenitamente privi di ambizione e visioni. Viene in mente il compianto Carmelo Bene: «Nietzsche è impazzito, ma se l’è meritato. Qui invece ne abbiamo fin troppi di pazzi che non se lo sono sudato».