A testa in su, il memoir di Alessandro Di Battista, col suo pauperismo sudamericano e le sue autocelebrazioni rivela un mitomane ossessionato da se stesso.

 

Un bel giorno senza dire niente a nessuno se ne andò a Napoli e si imbarcò su un cargo battente bandiera liberiana. Capì quasi subito cosa trasportasse quella nave: cittadini arrabbiati e bisognosi di un leader onesto autocertificato. Le prime righe di A testa in su, l’autobiografia di Alessandro Di Battista uscita la settimana scorsa per la saggistica di Rizzoli, sembrano così genuinamente opera di Manuel Fantoni, il millantatore compulsivo di Borotalco, da sembrare una parodia. L’onorevole Cinque stelle si trova su un traghetto partito da Napoli e diretto a Siracusa, la sera seguente ha un comizio «sulle ragioni del no», ha imbarcato anche il motorino:

Avevo appena finito di mangiare un piatto di verdure grigliate alla mensa della nave quando si avvicinò un uomo sulla quarantina. […] Era particolarmente soddisfatto per il no alle Olimpiadi di Roma 2024 che la sindaca Raggi aveva ufficializzato il giorno prima. «Maronna, che soddisfazione, questi volevano solo mangiare» disse prima di rivolgere lo sguardo a due colleghi. «Guardate chi c’è! È Di Battista, quello dei 5 Stelle»

Non scopriremo mai se la suddetta scenetta abbia realmente avuto luogo o valga Richard Burton che vomita sul tappeto, ma, mentre lungo il ponte della nave e «per tutto il traghetto» si sparge la voce della presenza del parlamentare, nel lettore forte avanza il sospetto che più della Costituzione, più dei cittadini, più dei padri che piangono la disoccupazione dei figli, più delle arance marocchine che hanno «distrutto la vita» all’agricoltore Pippo, anch’egli a bordo, a Di Battista interessi un grande tema che non riesce a scalzare dalla mente: se stesso.

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