Da star dei corrispondenti dall’Unione sovietica alla deriva cospirazionista, ritratto di Giulietto Chiesa, militante sui generis.

 

Un adagio diffuso tra i giornalisti di stanza a Mosca recita che il reporter straniero arrivato in Russia dopo un giorno crede di poterci scrivere un libro, dopo un mese un pezzo, e dopo un anno non sa più dirne nulla. Ammainata l’ultima bandiera rossa dall’ultimo pennone del Cremlino, il giorno di Natale del 1991 l’impero era ufficialmente disgregato. La Storia prendeva una svolta definita, e con essa segnava la fine di una serie di storie individuali. Per decenni qualcuno era stato comunista perché aveva capito che la Russia andava piano ma lontano, e qualcun altro ci aveva creduto tanto da affrontare il freddo di Mosca, trasferirsi lì, vivere (quasi) da sovietico, mandare i figli a scuola di russo, chiamarla casa.

Ad animare il gruppo di expat moscoviti erano stati per decenni corrispondenti più o meno ben visti dal regime comunista; tra loro Giulietto Chiesa, nato nel 1940 ad Acqui Terme, brillava come una celebrità: conosceva tutti e tutti conoscevano lui, frequentava da più di una decade gli ambienti giusti e le personalità chiave della politica russa. Scriveva su La Stampa da un anno, e in precedenza era stato firma de l’Unità berlingueriana e nattiana, aveva vinto una borsa di studio del Woodrow Wilson International Center for Scholars con un progetto sulla democratizzazione dell’ex Urss.

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