Quella contro le Ong è una caccia alle streghe

Quanti morti volete a Ferragosto? Per fortuna ci ha pensato Davide De Luca sul Post a riportare tutti sulla terra, a richiamare alle conseguenze e a un senso di responsabilità minimo ma doveroso. Nei giorni precedenti ci eravamo dimenticati cosa significasse parlare di cose vere, che succedono là fuori. Ieri Repubblica titolava, col consueto virgolettato riferibile a nessuno in particolare, «L’Ong lavorava con gli scafisti» e Salvini, subito in scia, sogghignava su Facebook: «Quanti insulti mi sono preso (e vi siete presi) per aver denunciato, da anni, questo business schifoso?». «Questo business schifoso». I fatti, scostando la coltre di slogan e polemiche, sono i seguenti: la nave Iuventa, battente bandiera olandese, in forza all’organizzazione Jugend rettet, è stata sequestrata e non potrà operare nel Mediterraneo; la procura di Trapani ha ottenuto materiale secondo cui in tre operazioni di giugno l’imbarcazione ha avuto contatti diretti con trafficanti al largo del litorale della Libia, addirittura restituendo i barconi a salvataggio avvenuto.

I fini dell’agire dell’Ong tedesca sono già stati identificati dagli inquirenti come esclusivamente «umanitari» – altro che «business» – ma la politica e buona parte dei media non stavano nella pelle: in tv il parlamentare europeo del M5S Corrao si è detto indignato e ha chiesto «scuse» bipartisan a Luigi Di Maio, a suo dire profetico nelle sue vecchie esternazioni sui «taxi del Mediterraneo». Per correre ai ripari sull’emergenza immigrazione, nelle ultime settimane il governo Gentiloni ha optato per due mosse: da una parte il Codice di condotta per le Ong del Mediterraneo, una sorta di patto volontario che queste ultime, ha detto il ministro Minniti, dovrebbero sottoscrivere per dare prova oltre ogni dubbio delle loro buone intenzioni; dall’altra è stata varata una missione internazionale in Libia, che prevede anche l’affido di nuove motovedette a uno dei due governi del Paese africano, quello di Serraj (già prontamente diviso sulla questione, peraltro). Per capire che aria tira basterebbe notare che Marco Travaglio, nel suo editoriale apparso l’altro ieri sul Fatto Quotidiano (“Basta Mar West”), ha lodato il ministro dell’Interno Minniti e la nuova linea dura sull’immigrazione, scrivendo che «c’è da festeggiare. Il ministro Marco Minniti ha deciso finalmente di mettere un po’ d’ordine nel Mar West del Mediterraneo, dove finora tutti, i buoni e i cattivi, facevano un po’ quel che pareva a loro».

C’è davvero qualcosa per cui esultare, in questo nuovo corso del Viminale? E quanto pesa la vicenda della Iuventa, al di là del clamore mediatico che ha generato? Per rispondere a queste domande bisogna tornare a ciò che sta succedendo, oltre qualunquismi e approssimazioni: solo alcune Ong (quattro) hanno scelto di dire sì all’esecutivo, dopo lunghe trattative. C’è tuttavia il no secco di Medici senza Frontiere, il cui direttore Gabriele Eminente ha detto senza mezzi termini, riferendosi a uno dei tredici punti messi insieme dal governo e oggetto del braccio di ferro: «Non possiamo permettere che salgano sulle nostre navi persone armate. È una cosa che non permettiamo, visto il nostro statuto, in nessuno dei settanta Paesi nei quali operiamo». Altre Ong, come Save The Children, hanno accettato di firmare per quieto vivere, dicendo in tutti i casi che quel che hanno fatto finora risponde esattamente ai criteri elencati dal nuovo documento. Che bisogno c’era, dunque, di un redde rationem di questo tipo, in questo momento di psicosi mediatica e malcontento popolare, e con toni da “dentro o fuori”? Serve più alla materia della legge o al legislatore, in vista delle elezioni?

Andreas Solaro/AFP/Getty Images)

La domanda è anche più importante, rilevato che l’accordo non ha conseguenze immediate sul piano legislativo per chi non ha deciso per il “dentro”: l’Italia e l’Europa possono prodigarsi a mettere insieme intese politiche di massima, ma in mare – per fortuna – vigono le convenzioni internazionali sui diritti umani. I trattati Sar e Solas, a cui il nostro Paese ha aderito, prescrivono di aiutare chi si trovi in pericolo di incolumità al largo «indipendentemente dalla sua nazionalità», e di portarlo «in un porto sicuro», la cui individuazione è a discrezione del capitano della nave. E poi, le operazioni della Jugend rettet – la presunta pistola fumante – sono davvero così significative? Come ha spiegato il Corriere della Sera in un approfondimento, la Iuventa è un ex peschereccio acquistato con una raccolta fondi online da due studenti tedeschi appena ventenni che hanno scelto di salpare nel Mediterraneo dopo due naufragi avvenuti ad aprile; la barca non attraccava mai nei porti italiani, per scelta del suo equipaggio, e disponendo di un solo mezzo le sue operazioni erano molto limitate nello scopo e nel numero di persone imbarcate. Basta questo, per dire che Salvini o Di Maio “avevano ragione”? Dopo le conclusioni sul tema Ong a cui è giunta la relazione della Commissione difesa del Senato? Dopo che lo stesso procuratore Zuccaro ha ritrattato le sue prime esternazioni sulla presunta connivenza delle Ong con gli scafisti?

I problemi in gioco sono principalmente due. Da una parte, le organizzazioni umanitarie agiscono, da anni, colmando un vuoto sia di contromisure concrete che di efficacia normativa di medio o lungo periodo: quante delle 46 mila persone sottratte a una morte in mare nel 2016 sarebbero state salvate in assenza delle loro operazioni (comunque sempre dirette e controllate dalla Guardia costiera di Roma, come andrebbe notato)? Dato il carattere emergenziale dell’attività che svolgono, la corsa alla regolamentazione delle Ong, prima ancora che ridondante, sembra accostabile a un assicuratore che insegue una persona sulle scale di un palazzo in fiamme per mettere nero su bianco clausole e bonus. Per dirla meglio, i trasbordi dei migranti sulle imbarcazioni di aiuto umanitario andranno sì regolati, ma quando l’emergenza non sarà più tale: finché esseri umani moriranno a qualche chilometro dalle coste si potrà – dovrà – agire altrove (nei porti, per eventuali quote di ripartizione nei Paesi europei, su auspicabili nuove politiche migratorie), ma mettere il lavoro di Medici senza frontiere e le altre organizzazioni nel mirino delle sdegno di un’opinione pubblica così propensa al crucifige, sottoporlo a prassi burocratiche che rischiano di complicare i salvataggi in mare, è da scriteriati. L’Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, ha giustamente parlato, commentando il provvedimento del governo italiano, di «un elemento di una più ampia strategia finalizzata a screditare le Ong che praticano la solidarietà e la promozione attiva dei diritti umani nel contesto delle migrazioni».

La prospettiva da cui guardare le barche del Mediterraneo è diventata grigia, contornata da un clima di sospetto autoalimentato: cosa fanno? Dove trovano i soldi? Hanno un piano? E se non collaborano, perché non collaborano? Poco importa, in una narrazione così irrimediabilmente piegata alla caccia alle streghe, che al di là del caso marginale della Iuventa non esista alcuna prova di comportamenti ambigui o direttamente illeciti delle Ong, né del tanto discusso “pull factor” che le stesse eserciterebbero sulle partenze dalle coste libiche, solo ipotizzato persino dal rapporto “Risk and Analysis 2017” dell’agenzia europea Frontex. Nello stesso documento si legge: «Le operazioni di Search and Rescue continueranno fintanto che la crisi migratoria nel Mediterraneo centrale persisterà, non solo perché legate a obblighi legali internazionali, ma anche perché discendono dai valori europei».