L’onestà andrà di moda, e si sa come sono le mode

«Sia chiaro che senza di lui non vado avanti», diceva appena un mese fa Virginia Raggi di Raffaele Marra, ex uomo della giunta Alemanno che aveva reso prima vicecapo di gabinetto e poi, dopo uno scontro interno al Movimento 5 stelle, responsabile del personale al Campidoglio. Non è chiaro cosa il sindaco di Roma valutasse così importante in Marra; quel che è noto è che quest’ultimo è arrestato ieri con l’accusa di aver ricevuto una tangente, ed è rapidamente diventato, nelle parole della Raggi, «uno dei 23 mila dipendenti del Comune» (qualcuno ha ironizzato dicendo che siamo passati dall’«uno vale uno» all’«uno vale l’altro»).

Ora che Raggi andrà avanti – se e per quanto ci riuscirà – e che il volto cardine della sua esperienza politica anti-corruzione, anti-poteri forti e pro-vento del cambiamento porta lo stigma del solito banalissimo amministratore corrotto, rimane un interrogativo: che ne è stato dell’onestà grillina, di quella differenza antropologica tanto sbandierata dalle interviste accorate di Di Battista e tanto gridata in Parlamento? Meglio ancora: a partire dai flash mob per Rodotà nel 2013 e relativi coretti, c’è mai stata un’«onestà» grillina? Is that even a thing?

Quello dell’«onestà» è un frame di successo almeno da Tangentopoli, ma coi 5 stelle ha avuto una fortuna tale da essere penetrato in varie forme non solo nei discorsi politici dei sostenitori grillini ma anche in quelli dei loro avversari. È, peraltro, un discorso decisamente viscido: darsi degli onesti è un modo inattaccabile per porsi su un altro piano politico-morale rispetto al resto del villaggio, e se i tuoi ruoli di governo sono prossimi allo zero assoluto, beh, il gioco diventa piuttosto semplice e a colpo sicuro. Peccato che per l’onestà – così come in altri campi che concernono il carattere, l’intimità e la coscienza di una persona, molto prima della politica – l’autocertificazione non valga; il tempo è stato galantuomo nello scostare la cappa di retorica e rivelare cosa sono i politici grillini: tra le altre, persone capaci di usare un terremoto per postare salaci battute anti-casta, persone ignoranti, persone senza alcuna curiosità per il complesso o interesse per lo studio, persone genuinamente incattivite o persone assurdamente ingenue. “Oneste”, francamente, no: staccare assegni da un palco snocciolando numeri degli stipendi dei parlamentari è un segnale, ma i segnali senza strade non significano nulla. A strada ancora da costruire, l’onestà è un mero spot elettorale.

Le azioni più turpi e meschine, credo non propriamente a caso, le vedo commettere quasi sempre da “buoni” autodichiarati, persone a cui piace rivendicare una certa collocazione e una determinata appartenenza valoriale. Eppure quando c’è da distinguere tra buono e cattivo (o meglio ancora, per quanto riguarda la dimensione della politica, tra adatto e inadatto) il posizionamento non vale, conta quello che succede, contano le scelte e gli operati. L’onestà, insomma, come la bontà è un fatto privato, che non si limita all’incensuratezza come vorrebbe Travaglio (che pure sarà rimasto scottato dal caso Marra, ahilui) e dovrebbe essere qualcosa di più di una bandierina da far sventolare ai tribuni della plebe. La lezione di Roma, pur in un panorama complessivo sempre più desolante, può avere il merito di disinnescare la bomba-onestà del Movimento 5 stelle: un partito tanto onesto quanto gli altri, solo più scorretto.