Perché il 4 dicembre voto Sì

È stata una campagna elettorale particolare, ma non nel senso in cui lo leggete in queste ore sui grandi quotidiani: non ho visto climi avvelenati, dibattiti sviliti e toni vergognosi; o meglio, in Italia quei dibattiti sono vili e quei toni ispirano vergogna da almeno trent’anni. Il fatto curioso semmai, per quanto mi riguarda, è aver sentito l’altra sera Beppe Grillo che si lamentava con la solita prossemica frenetica sul palco a Genova, dove i 5 stelle hanno chiuso la loro campagna per il No: «C’è poco da fare, ormai il Paese è spaccato». L’ha detto come se gli dispiacesse immensamente, come se la divisione dalla sua prospettiva politica fosse un male assoluto. Sempre lui, quello del «verrete spazzati via», etc.

In ogni caso, entrando nel merito del dibattito costituzionale, il mio voto di domani sarà un Sì, per le seguenti ragioni di merito e di riflessione più marcatamente politica, che per comodità divido in punti.

      • Perché il cosiddetto “bicameralismo perfetto” è un compromesso al ribasso raggiunto tra le diverse parti coinvolte nell’Assemblea costituente del 1948: quelli che citano Verdini accostandolo a Calamandrei, ignorano che già il secondo era un detrattore di questo assetto costituzionale;
      • Perché la prima parte della Costituzione, dalla Repubblica-fondata-sul-lavoro in avanti, non viene minimamente toccata dalla riforma del ministro Boschi. Gli appelli accorati all’eredità della lotta partigiana sono, dunque, scorretti;
      • Perché la storia di questo Paese ci ha insegnato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il bicameralismo paritario non permette – come volevano coloro fra i padri costituenti che vi si dichiararono a favore – una correzione reciproca dell’operato dell’altro organo, ma bensì genera un circolo vizioso che affossa le leggi su cui i governi non pongono il voto di fiducia (o lo strumento del decreto legislativo). In parole più terra-terra la Camera e il Senato, così come sono oggi, servono da comodo alibi per quei partiti che non vogliono “macchiarsi” di un voto controverso davanti all’opinione pubblica, ma nemmeno permettere il passaggio di una determinata legge, che di solito è anche una legge di portata significativa: la Cirinnà sulle unioni civili, per fare un esempio, dopo più di tre anni di discussione parlamentare, è passata comunque con un voto di fiducia sul governo Renzi;
      • Perché credo abbia ragione Nannicini quando sostiene, pur sulla difensiva, che «l’unica riforma perfetta è quella che non sarà mai approvata»: sì, forse il nuovo Senato non eliminerà del tutto i problemi di competenza tra Stato e regioni e sì, probabilmente alcuni aspetti della riforma deludono: ma la direzione è quella giusta, senza ombra di dubbio migliorativa, e quando si sente parlare di investitori internazionali non bisogna pensare al signor JP Morgan che, nei j’accuse di qualche mente scelta, indica la via ai governi italiani, ma ad attori di mercato che si trovano a dover rispondere a una semplice domanda: questo Paese sa rinnovarsi?;
ROME - MAY 15: A general view of the Italian senate as Italian Prime Minister Silvio Berlusconi delivers his speech at the Senate confidence session for his government , May 15, 2008 in Rome, Italy. At the end of the session in the Upper House Senate, the new right-wing government of Silvio Berlusconi clearly won the definitive vote of confidence in parliament. (Photo by Franco Origlia/Getty Images)

Franco Origlia/Getty Images

      • Perché non ritengo abbia senso avere le province in Costituzione; non ha senso il concetto di “materia concorrente” tra Stato e regioni, simbolo di un conflitto di competenze che assume spesso forme ai limiti del surrealismo, e nel silenzio generale; non ha senso, ovviamente, il Cnel;
      • Perché non è vero, come il No ha deciso di eleggere a bandiera della sua battaglia, che il Presidente del Consiglio uscirebbe rafforzato e con nuovi, temibili poteri: la riforma Boschi non si riferisce al premier e all’esecutivo, semplicemente;
      • Perché la riforma «frettolosa» (la citazione è di De Mita, ma non soltanto sua) e di un autoritarismo surrettizio ha richiesto anni di discussione parlamentare, modifiche, voti. E, infine, un referendum popolare;
      • Perché considero il Movimento 5 stelle il male assoluto della nostra epoca politica: perché temo le sue semplificazioni ossessive, la sua prospettiva dichiaratamente votata a trovare capri espiatori su cui accanirsi, perché è l’espressione di una classe politica e sociale più impreparata, menzognera e pericolosa di quelle già pessime a cui abbiamo assistito in questi anni. Di “onesto” nei Cinque stelle c’è poco o nulla: l’autocertificazione per cose come l’onestà non vale. Non è chiaro cosa succederà lunedì 5 dicembre, ma certamente una vittoria del No aumenterebbe il peso politico grillino. E basta leggere la recente autobiografia di Di Battista, come ho fatto io l’altro giorno, per sospettare – perlomeno – che quest’idea dei cittadini al potere non sia esattamente il massimo;
      • Perché, come a mio parere giustamente sostenuto da alcuni parlamentari del Pd, dire No non significa avere una riforma migliore, perfetta, entro breve: è assai più probabile che il significato politico del No, in un Paese come l’Italia, si estenda a ragione/alibi per salvaguardare lo status quo per altri dieci, venti o trent’anni. Altre decadi di leggi affossate, investimenti stagnanti e conflitti burocratici;
      • Perché non ne posso più di frasi come «considero la Costituzione italiana l’equivalente laico di un testo sacro, perciò intoccabile». A Erri De Luca, e a tutti quelli che hanno reso una questione tecnica una battaglia di purezza identitaria, va risposto che posizionarsi a sinistra adorando il feticcio della Costituzione non aiuta ad approvare leggi progressiste: cambiare in meglio, sì.

Sono piuttosto convinto che vincerà il No, perché l’assurdo punto 10 – riciclato a piacimento da uno spettro politico che va da Paolo Ferrero a Luigi Di Maio, e da Silvio Berlusconi a Gustavo Zagrebelsky – si rivelerà decisivo, togliendo al Sì i voti di cui avrebbe bisogno per imporsi. E sarà un’occasione mancata.