Mandato a casa Renzi, ora è tutta discesa

Flaiano diceva che si arriva a una certa età della vita in cui ci si accorge che i momenti migliori li abbiamo vissuti per sbaglio, inconsapevolmente. Tenetelo a mente un attimo. In due settimane di attività, il nuovo governo italiano a trazione 5 Stelle-Lega ha, nell’ordine:

  1. Rischiato l’incidente diplomatico con la Tunisia;
  2. Dichiarato un’apertura formale alla Russia di Putin (nel suo discorso di insediamento);
  3. Dichiarato guerra a un’incolpevole nave di una Ong che opera nel Mediterraneo, Aquarius – la cui sola colpa è stata aver chiesto l’attracco nel «porto sicuro» stabilito dalle leggi internazionali – e avanzato tenacemente la proposta-slogan di «chiudere i porti» italiani;
  4. Definito la traversata della speranza dei migranti a bordo di quella nave «una crociera»;
  5. Nominato sottosegretari che faticherebbero a trovare impiego in un qualsiasi ufficio postale di provincia;
  6. Assistito allo scoppio dell’ennesimo bubbone romano, il caso sugli appalti del nuovo stadio della Roma, in cui l’imprenditore Parnasi e il superconsigliere grillino Lanzalone (autore dello statuto di Rousseau, tra le altre cose), avrebbero tramato per creare un «modello di corruzione sistemica» che mettesse «a frutto il rapporto preferenziale con il Movimento 5 Stelle»;
  7. Deciso di chiedere al parlamento di non ratificare il Ceta, l’accordo di libero scambio con il Canada che favorirebbe l’export italiano;
  8. Attaccato – con un vocabolario missino – gay, famiglie arcobaleno, minoranze, familiari di Giulio Regeni, intellettuali, giornalisti, critici di ogni ordine e grado.

E con ogni probabilità sto dimenticando qualcosa, dato che le agenzie in questi giorni si rincorrono in un’escalation di arruffamenti di penne e allisciamenti di popolo. Un ministro della Repubblica – Alfonso Bonafede, l’uomo che ha portato Lanzalone al Movimento – ha dichiarato con tranquillità in un salotto televisivo che «il politico non può rivendicare di avere una privacy»; un altro ministro della Repubblica – Danilo Toninelli, che in precedenza aveva negato che l’ipotesi della chiusura dei porti sia mai stata messa sul tavolo, anche se il suo collega Salvini continua a pensarla diversamente – stretto fra una selva di microfoni e registratori, ha detto che «non c’è scritto da nessuna parte che il luogo in cui i migranti devono essere sbarcati debba essere un porto».

Il risultato alle urne del 4 marzo ha un primo grande responsabile: Matteo Renzi, oggi più a suo agio nelle vesti di “senatore di Scandicci” armato di una discutibile retorica da padre della patria. Il suo Pd è arrivato ai minimi storici di consenso e ha aperto la strada al governo giallo-verde. Anzi, nello stesso risultato elettorale ha indiscutibilmente pesato un diffuso malcontento verso la figura del leader Dem, vittima delle macchine di propaganda degli avversari e della sua stessa tracotanza: il 4 marzo è andato in scena un voto profondamente antirenziano.

L’ex segretario del Pd, Matteo Renzi.

Non si fa fatica a immaginare quel che tante persone in buona fede e decentemente informate possano aver trovato di irricevibile nel renzismo: la strafottenza, il carattere divisivo, la linea politica ondivaga, le onnipresenti frecciatine agli avversari interni, le mancate prese di posizione su argomenti cari ai progressisti, la rincorsa della comunicazione degli avversari. Sono tutti motivi validi: per quel che vale, in parte li ho sposati io stesso al momento di tracciare la croce sulla scheda.

Una certa sinistra, va anche detto, ha messo nel mirino Renzi ben prima delle politiche di quest’anno – e anche molto prima del referendum costituzionale del 2016, se è per questo: già durante il governo Letta ricordo le accuse di apostasia mascherate da inni alla libertà di espressione e di cronaca, i distinguo strumentali dei professionisti dell’indignazione, la controrivoluzione dei puri combattuta in maniera ossessiva e unidirezionale coi blog “liberi” e gli editoriali “terzisti”. (Questi «puri» avevano incidentalmente ragione su alcuni aspetti riguardanti quel quarantenne testardo e dissacrante, certo, ma meglio non cedere alle lusinghe del post hoc ergo propter hoc e limitarsi alla sequenza degli eventi.)

Il punto vero su cui mi interessa convergere, dopo due settimane di governo Conte, è uno: abbiamo visto quarantaseimila prime pagine dedicate dal Fatto Quotidiano alla tesi di dottorato di Marianna Madia, dodicimila su Banca Etruria, le levate di scudi pro-M5s di MicroMega e le sue firme, il talk della sera che invita solo più la giovane studiosa anti-Poletti e il pensionato abbandonato dalle istituzioni, D’Alema che bacchetta stabilmente sulle pagine del grande quotidiano borghese, la sua sinistra che si riorganizza e promette vendetta, e tutto per ottenere cosa? Il governo più populista, sovranista e razzista della storia della Repubblica. Quelli che prima erano i buffetti da gradasso di Renzi, oggi sono i calci con gli anfibi di Salvini; ciò che prima era un governo che non ci convinceva appieno, oggi è un coacervo di incapacità e peronismo. Chi aveva interessi – economici, politici, di rapporti col potere – ad agevolare questo cambio della guardia ha scommesso sul cavallo vincente, ma tutti gli altri? In base al loro principio di realtà, cosa pensavano di ottenere? Un ristabilimento dell’ordine democratico? Spiacenti, oggi la democrazia si chiama come una ragione sociale: Casaleggio Srl con sede in Milano (o, in alternativa, si esercita con gli hashtag di Salvini).

Questo non significa che a premere il pulsante dell’autodistruzione siano stati soltanto i detrattori di Matteo Renzi: come dicevo, i motivi per distanziarsi dal suo Pd c’erano, e non erano nemmeno pochi (l’ex segretario dopo il referendum non ne ha azzeccata più una). Una grande fetta di elettorato ha dimostrato di non avere certo a cuore temi progressisti come i diritti civili e l’accoglienza. Ma è pur sempre la stessa Italia, quella che pochi anni fa concedeva il 40% delle preferenze al Partito democratico; un’Italia con sacche di povertà, di arretratezza, di esclusione, ma anche un’Italia che vota contro, che ha bisogno di un nemico riconoscibile per ricompattarsi e serrare le fila. Ecco, il nemico questa volta era evidentemente Matteo Renzi, da una parte e dall’altra: è stato sconfitto senza pensare troppo a cosa sarebbe venuto dopo, con la leggerezza d’animo propria di chi è convinto di stare sanando un torto. Per accorgersi che questo Paese può vivere anni molto più deleteri di una tesi di dottorato copiata o una riforma del lavoro migliorabile, tuttavia, sono bastati quindici giorni.