Qualche buona ragione per cui il PD dovrebbe dire no al M5S

I giorni passano, e ne passeranno ancora tanti: lunedì la direzione del Partito democratico affronterà la peggiore – e più cocente – sconfitta della sua storia e una rosa di altri temi, dalle dimissioni-non-dimissioni di Renzi al possibile accordo governativo col Movimento 5 stelle. La casa di carte degli scenari post-voto vuole che non si possa fare a meno di un accordo “largo”, per cui ognuno porta acqua al suo mulino. Siamo appena all’inizio di una delicata fase di tatticismi: tanto Salvini quanto Di Maio parlano da premier incaricati, e aprono al Pd offrendo presidenze del Senato agli avversari come pegni di buone intenzioni. Il Fatto quotidiano – preda della singolare dissociazione cognitiva per cui da una parte continua a riservare al Pd il solito trattamento accusatorio, e dall’altra fa appello al suo essere «responsabile» e onesto – ha pubblicato in prima pagina un rilevamento che sostiene che la maggior parte degli elettori Dem sono favorevoli all’accordo; La Stampa ha diffuso un sondaggio che rileva che la base grillina preferirebbe Salvini al Pd.

Ci troviamo, dunque, in uno strano spin-off a parti invertite del 2013, quando Bersani ottenne il mandato esplorativo post-elezioni e trovò gli sberleffi «lucidi e freddi» (come li ha definiti l’esperto di comunicazione politica Dino Amenduni) della delegazione grillina, ferma nella sua volontà di non fare accordi con nessuno. Oggi, magicamente, quelle stesse persone si sono trasformate in paladini della «responsabilità»: Danilo Toninelli, kingmaker a 5 stelle delle trattative di questi giorni, ha dichiarato in prima serata: «Noi diciamo no al caos e all’instabilità». Se cinque anni fa la petizione di una ragazza chiedeva a Beppe Grillo di «darle fiducia» e far insediare un governo Bersani, oggi su Change.org si trovano quelle dei grillini che richiamano il Pd al mantra responsabile.

Di norma, le motivazioni addotte dai fautori dell’intesa sono quelle fatte proprie dall’ex Iena Pif in un appello che è circolato molto: «Avete governato con Alfano e Verdini e ora fate storie per il M5S?». Il ragionamento però è fallace, perché dimentica – o finge di dimenticare – che l’intesa Dem con Alfano e Verdini è venuta dopo una serie di sberleffi in diretta streaming al tavolo delle trattative, dopo una sequela di appelli alla responsabilità che si scontravano puntualmente con i «siete morti» di Beppe Grillo, e altre amenità. Non è questione di rendere pan per focaccia, per giunta a cinque anni di distanza. Più che altro – come nota lo stesso Amenduni – le scelte politiche nel mondo reale hanno limiti e conseguenze precise: denunciare per un quinquennio le larghe intese precedenti con toni e vocabolario da antimafia sotto steroidi paga – e la vittoria grillina alle urne ne è la dimostrazione – ma non si può pensare che il male assoluto di ieri, oggi sia diventato un Eden a cui guardare tenendosi per mano. Semplicemente, perché è un modus operandi che non ha nulla di credibile.

In secondo luogo, l’improvvisamente decantata «responsabilità» non trova una corrispondenza valida nemmeno fra i perentori risultati delle urne: nessuno si è occupato di mostrarsi “responsabile” in campagna elettorale; di mirare alla continuità, alla governabilità; di sottolineare i risultati di compromessi al ribasso e intese migliorabili. Anzi, a farlo è stato un unico partito, quello che aveva governato con fatica e poca ispirazione negli anni precedenti, che ha chiuso con un misero 19% di preferenze scomparendo da molta della geografia politica italiana. I cittadini di questo Paese hanno optato per tutt’altro, dicendo alla politica di volere una scossa profonda e indiscriminata, il «rovesciamento radicale del sistema di potere costituito» che auspicavano anche alcuni fior di commentatori: è una posizione legittima, non va nemmeno specificato, ma impossibile da far combaciare con gli appelli responsabili per un governo M5S-PD. Se rivoluzione doveva essere, rivoluzione è stata: ora perché – e come – tornare indietro?

E ancora, bisognerebbe chiedersi a quali risultati porterebbe un esecutivo Di Maio-PD: una lettura valida dalla prospettiva progressista poteva preferire il M5S come alleato di governo rispetto alla Lega, ma non è detto che la questione sia così semplice. I Cinque stelle potrebbero, come hanno già dimostrato di saper fare in scioltezza, cambiare presto strategia nei confronti del loro neo alleato, addossandogli facilmente la colpa di ogni sventura e fallimento dell’esecutivo con l’ausilio della loro macchina mediatica. Mettendoci in quella stessa prospettiva progressista, il PD – pur con tutte le sue pecche che hanno portato tantissimi (me compreso) a non votarlo, è pur sempre la formazione di riferimento del centrosinistra in Italia – si autodistruggerebbe, diventando l’alibi in pianta stabile del M5S e consegnandosi a ulteriori diaspore di voti, con relativi tracolli elettorali. A quel punto, lo scenario di un monocolore giallo M5S o verde Lega sarebbe parecchio più plausibile.