Fenomenologia del Post del Razzista in Treno (PRT)

Il format più diffuso di post su Facebook in Italia, ormai possiamo dirlo con moderata certezza, mostra una foto scattata di soppiatto a un extracomunitario (dove per extracomunitario si intende una qualsiasi persona con un colore della pelle variabile tra il Pantone ocra chiaro e il marrone scuro) in treno, corredata da una didascalia più o meno indignata. A fare da apripista del sottogenere, qualche tempo fa, era stata una blogger salita agli onori della cronaca per aver documentato un presunto trattamento di favore goduto da un gruppo di immigrati su un convoglio regionale (al tempo avevo risposto all’autrice del post, viralissimo, qui). Oggi il sequel, di un successo altrettanto scontato, è ad opera di tale Luca Caruso, quarantenne romano che si è attardato a testimoniare quanto visto stamattina su un Frecciarossa Roma-Milano. Scrive (anzi, scriveva, dato che in serata il post è scomparso) il Caruso:

Lunedì mattina.
Frecciarossa 9608, Roma Termini – Milano.
Il signore in foto di cui non mi interessa nascondere la fisionomia si è seduto accanto a me, senza alcun bagaglio. 
In mano solo il telefono ed un foglietto volante;
ha preso il Frecciarossa, ma con un biglietto per un Interregionale. 
Stava parlando al telefono, ma appena ha visto La capotreno ha abbassato il cappuccio fingendo di dormire.
la Capotreno (minuta, esile e giovane, nonché educatissima) gentilmente ha “svegliato” il signore, e dopo aver appurato che non parlasse italiano, ha spiegato in inglese che era sul treno sbagliato.
Ha chiesto la differenza del costo, ma lui ha detto di non aver soldi (smartphone Samsung S8).
La signora delle Ferrovie gli ha chiesto un documento per poter elevare la contravvenzione, ma ovviamente ne è sprovvisto.
Sempre con gentilezza la signora ha chiesto se avesse un passaporto, e lui ovviamente ha detto di no. 
Quindi:
– non parla italiano (dice)
– non ha documenti
– non ha soldi
– non ha modo di fornire generalità 
– non ha bagaglio (strano no?)
Prima che dimostriate di non aver letto il post per quello che è, accusando che sia un post razzista, riflettete.
E’ l’esempio lampante della totale assenza di certezza della pena che il nostro Paese ha regalato a queste persone che non sono più disponibile a chiamare “rifugiati”. 
Arriverà a Milano, viaggiando su un posto che costa 86€, con 4€. Impunemente.
Senza poter sperare che gli facciano neppure in una multa, perché tanto quando l’avrebbe pagata?
Pamela è stata barbarizzata e vilipesa da gente che senza diritto e senza motivo ha varcato l’uscio di casa nostra, perché la porta era ed è spalancata. Senza regole. Senza alcuna sicurezza.
Questo sta andando a Milano senza alcun bagaglio. Non ha pagato un biglietto e dice di non avere soldi. Non parla la nostra lingua.
Parlano di integrazione. Di comprensione. Di accoglienza.
Ci prendono per il culo e noi li tolleriamo. 
E ora mi raccomando scannatevi tra “razzista” e “buonista” eh….

Taccio.

Andrebbe notato subito che, se nel 2015 spensierato in cui viveva la blogger Pippi Ferraro, dirsi apertamente xenofobi era ancora passabile («sì, sono razzista. Me ne fotto», vergava l’autrice di quell’altro j’accuse) oggi le cose sono cambiate – ti trovi i monologhi pro-immigrazione persino in prima serata a Sanremo, diamine! – e Caruso si sente in dovere di precisare che il suo non è «un post razzista».

Ma allora che cos’è, esattamente, questo intervento da 100mila like (and counting)? Allegare la foto di una persona di colore seduta su un treno – definita «il signore in foto» per solleticare i palati più ironici – e trarne un ardente discorso sui massimi sistemi a tema integrazione, certezza della pena e immigrazione parrebbe proprio un triplo salto carpiato eristico racially motivated, come dicono al di là dell’Atlantico. Ascolta, Luca Caruso: non è chiaro cos’abbia colpito la tua sensibilità su quel treno stamattina, ma visto dall’angolo prospettico di noi esseri umani quello che descrivi è solo un tizio che ha sbagliato a fare un biglietto e non ha con sé soldi o documenti. È interessante notare come non ti venga nemmeno il dubbio che quel «signore in foto» possegga il biglietto sbagliato in buona fede (non parla italiano, no?), o magari si sia accorto troppo tardi dell’errore. (EDIT: Et voilà, indovinate chi alla fine era munito di regolare biglietto?).

Macché, il Post del Razzista in Treno (PRT, da qui in poi) esiste perché ha già tutte le risposte: il nero arriverà a Milano «impunemente» (un avverbio che personalmente riservo a delitti ben più efferati e atroci, ma appunto, sono io), perché in Italia «la porta è spalancata. Senza regole. Senza alcuna sicurezza». Un non sequitur magistrale: non solo un uomo con la pelle nera che parla al telefono in treno senza biglietto è un affronto, ma addirittura si configura come un attentato alla pubblica sicurezza: possibile che la controllore «minuta, esile e giovane» si sia sentita minacciata da quel temibile bestio assetato di sangue e Stazione Centrale di Milano?

La costante del genere PRT è l’escalation di toni e contesti, che si traduce in una brusca inversione a U del testo del post verso il suo unico grande obiettivo: mettere in guardia dai diversi, dagli ospiti, dagli scuri che oggi non pagano il biglietto, e domani chissà. Luca Caruso discetta impudicamente del caso di cronaca di Macerata, scrivendo che: «Pamela è stata barbarizzata e vilipesa da gente che senza diritto e senza motivo ha varcato l’uscio di casa nostra». Il collegamento tra «la gente» che cita e il povero diavolo sul treno, prima solo razziale, qui assurge al lisergico. Fortuna che siamo prontamente usciti a sparare all’impazzata verso i primi neri che ci sono capitati a tiro, verrebbe da dire a Caruso accarezzandogli la testa e spiegandogli che va tutto bene. Luca, ci siamo fatti giustizia, bang bang.

Il PRT di Luca Caruso si chiude, raccogliendo la gloria imperitura dei social network, con la più trita delle chiamate alle armi proto-grilline: «Ci prendono per il culo e noi li tolleriamo» (suggerisco, per la prossima volta: «Ci pisciano in testa e ci dicono che piove!!1»). Non v’è modo di intendere chi ci sta dileggiando, esattamente in che modo, e cosa c’entra con l’innocua scenetta che ha appena descritto. Nella mia esperienza, chi prova a viaggiare senza biglietto sui Frecciarossa viene sempre fatto scendere o multato. Se nel caso in questione il fuorilegge l’ha fatta franca me ne dispiaccio, ma forse soltanto Salvini sotto acidi potrebbe vederci un pericoloso e deleterio segnale di laissez-faire mondialista. Eppure, nelle migliaia di commenti raccolti da Caruso si legge ogni sfumatura dell’irredentismo più violento: Carlo Bernardi chiosa che «sarebbe da farli morire tutti annegati nel Mediterraneo», forse ignorando quanto il suo desiderio sia già una mesta realtà; Nello Angeli (e con lui parecchia migliaia di commentatori poco originali) propongono di «farlo scendere dal treno in corsa».

A margine di tutto, e di ogni PRT che acquisirà successo mediatico nazionale da oggi alla fine dei tempi, mi chiedo se Luca Caruso e le decine di migliaia di persone che lo acclamano sono mai salite sui mezzi senza biglietto, se parcheggiano mai in doppia fila, se hanno mai “ritardato” il pagamento di una multa o di una tassa, se rispettano le file, se si ricordano di pagare le badanti dei genitori, se hanno mai violato una qualsiasi regola sentendosi più furbi degli altri. Verrebbe da asserire con certezza che no, figuriamoci, non gli è mai successo. Altrimenti il post che hanno applaudito fino a scorticarsi le mani sarebbe da giudicare un filo, come dire, razzista.


Aggiornamento: Ma pensa: il sito Giornalettismo ha scoperto – parlando con Trenitalia e il capotreno coinvolto – che quel «signore in foto» il biglietto ce l’aveva. Ben fatto, italiani.