Vincenzo Latronico, un bullo consapevole

L’ultima settimana è durata un semestre o più: è stata la settimana di Nizza, quella del golpe in Turchia. È stata anche una settimana in cui, in una bolla marginale e presto scoppiata, il piccolo mondo dell’editoria ha parlato di una «lettera aperta» che Vincenzo Latronico mi ha indirizzato, rendendomi con gravità il primo responsabile di una «sassaiola» social subita da una brava scrittrice, Violetta Bellocchio, per un articolo pubblicato la domenica precedente su Internazionale e centrato su un’esperienza soggettivamente spiacevole da lei avuta con la polizia ferroviaria che opera nella stazione milanese di Rogoredo. Si tratta di un fatto grave e miseramente scorretto, per quanto di importanza laterale, motivo per cui affido ai risultati dei motori di ricerca questo mio commento scritto col proverbiale senno di poi.

Premessa: il pezzo della Bellocchio di cui sopra è stato da molti giudicato fuori focus, eccessivamente iperbolico, sbagliato nel titolo e nella tesi. Personalmente, mi posiziono fra i critici. Nella missiva con cui ha puntato il dito verso di me, Latronico costruisce ad arte un discorso lodevole a cui è nei fatti impossibile dire di no, se si è portatori di una cultura e una mentalità progressista sincere: bisogna evitare di rendersi protagonisti di un «linciaggio», anzi «una sassaiola di uomini contro una donna», scrive, definendosi mio «amico» (non lo è, e questo invalida le premesse della sua lettera, ma teniamo per ora da parte la questione). Sentenzia che sarei stato «quello che lancia il primo insulto da cui poi partono le sassate», l’agitatore di una sommossa aggravata dal sessismo, e arriva a obiettare che avrei potuto fare rilievi editoriali precisi, invece di guidare una «spedizione punitiva» contro una donna che aveva «trasgredito» alle leggi del branco maschile. Non resta che accostare tutto questo agli unici (si legga bene: unici) due commenti al pezzo di Internazionale pubblicati sui miei profili social, quelli che seguono:

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Dove sarebbero non dico il grave sessismo e i presunti intenti punitivi su cui ha concionato lo scrittore in erba, ma anche soltanto i riferimenti all’autrice dell’articolo (peraltro già oggetto, quest’ultimo, di copiose ironie rituali nel momento in cui ho pubblicato)? Vincenzo Latronico sapeva, scrivendo la sua lettera, quale sarebbe stato il riferimento che si sarebbe formato nelle menti dei suoi (potenzialmente numerosissimi!) lettori: il fumettista Roberto Recchioni aveva a sua volta pubblicato uno status su Facebook in cui scherzava in modo volgare e offensivo su un’improbabile eccitazione sessuale dell’autrice del pezzo di Internazionale, finendo per diventare rapidamente il simbolo di un accanimento fuori luogo e, questo sì, sessista. Latronico però si è guardato bene dal fare il nome di Recchioni, preferendo indirizzare la sua missiva a chi aveva pubblicato una battuta à la Spinoza da 60 like (il post di Recchioni, oltre a essere tutt’altra cosa, ne conta oltre 400), ovvero il sottoscritto, il suo «amico» da tentare di coprire di infamia. Nei fatti ha scelto uno a caso da menare, e ha provato a menarlo per ottenere il rispetto e la stima del resto della scuola: Vincenzo Latronico è un bullo, e come tutti i bulli giocoforza in malafede.

C’è stato un momento in cui il mio temperamento mi ha fatto cercare di vedere del buono nella lettera di Vincenzo Latronico: forse in qualche modo voleva davvero avviare una riflessione seria su un tema così importante, suggeriva una parte di me che cercava di prendere il sopravvento sull’incredulità. È un collaboratore della rivista dove lavoro da anni, un amico di conoscenti e persone a me vicine. Ma perché rivolgersi a me, in quella lettera? Di certo ciò che avevo postato io su Facebook col «sessismo» non c’entrava nulla, già soltanto per il fatto evidente che non aveva avuto alcuna eco, com’era normale che fosse: come si fa a commissionare sassaiole a «brigate di castigatori social» (cito sempre parole del vate Latronico) con due status come quelli?

Quanto all’«amicizia» sbandierata: non sono mai uscito con lui, ad esempio, l’ho incrociato qualche volta, ci siamo sentiti al telefono solo quando gli ho chiesto di scrivere una prefazione a un mio ebook (proposta che ha gentilmente accettato), ci siamo scambiati in totale, da quando ci ho a che fare, non più di una decina di messaggi su WhatsApp (ma in nessun gruppo «dedicato solo a fare parodie di un autore», dettaglio che si riaggancia a un altro perno mendace – e francamente un po’ triste – del suo ragionamento apparentemente irreprensibile: “se di solito stiamo nel privato dei nostri smartphone a prendere in giro la gente, perché in questo caso hai deciso di farlo in pubblico?”, obietta Latronico. Ma passa con nonchalance sopra il fatto che tutti i miei sfottò giornalistici di quel tipo sono fatti in pubblico, sempre, e sempre tutti uguali, a prescindere dal genere dell’autore di turno).

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Col passare dei giorni e lo stemperarsi del risentimento, mi è apparso e mi appare chiaro l’evidente obiettivo di Vincenzo Latronico: il suo voleva essere un tentativo di «positioning», come l’ha definito una delle persone più fredde e analitiche nel commentare ciò che è avvenuto. Lui, che nella sua chiosa lamentava di essere stato oggetto di bullismo in età preadolescenziale, si era scelto un bersaglio facile (si legga: non troppo pregiudicante in chiave di rapporti lavorativi) per farsi portatore di un messaggio nobile e alto, «acchiappa-like fin nel titolo» come ha detto qualcuno, condivisibile nei contenuti e accuratamente vago nelle premesse (ma i post di Piacenza, l’inconsapevole agitatore di folle da rieducare, dove sono? Perché non li hai postati, Vincenzo Latronico? Chiunque si sarebbe accorto che non avevano nulla da spartire con Roberto Recchioni, un destinatario che avrebbe reso la tua lettera onesta e in buona fede, e un discorso onesto non può prescindere da una base onesta).

Alla fine, mi pare che il tentativo di Latronico possa essere derubricato a un errore di ingenuità, di calcolo o di una malafede eccessivamente goffa: ora dopo ora dalla pubblicazione del suo j’accuse, i messaggi di solidarietà a me indirizzati si sono moltiplicati, amplificandosi grazie ai rilievi di Loredana Lipperini (femminista per convinzione, non per positioning) e di molti altri colleghi e lettori di ogni ambito di provenienza. Vincenzo Latronico ha fallito piuttosto miseramente, ma a me rimarrà a lungo il dubbio riguardante cosa sperasse di ottenere, come abbia fatto a provarci in maniera così solo superficialmente furba. Volendo la verità era facilmente reperibile, d’altronde, e per ogni penna pigra del Corriere della Sera era probabile trovare almeno due o tre persone che sarebbero andate sui miei profili social per scovare turpi e misogine adunate, potendo leggere soltanto una canzone di Calcutta storpiata e un verso a una riga di un articolo preso in giro da tutti. Mi immagino la delusione.

Da bullizzato che era, come si diceva Vincenzo Latronico è diventato un bulletto in piena regola, attraversando le barricate con l’illusione di poter passare per un vate della sensibilità sociale e femminile. In una risposta che gli ho rivolto poco dopo la sua mala parata, mi sono riferito a ciò che di lui mi ha di recente raccontato una ragazza che ha avuto modo di conoscerlo: un’uscita a quattro, lei e il fidanzato, Latronico e la fidanzata; lei che fa un rilievo su un discorso che teneva banco nel gruppo in quel momento; lui, Latronico, che la apostrofa invitandola a «parlare di borse». Il male è una cosa banale anche perché quando questa ragazza mi ha riferito questo aneddoto, la mia prima reazione è stata: forse gli è soltanto scappato. D’altronde mi sarebbe spiaciuto dargli del sessista, io mica lo conoscevo poi tanto.