Com’era vivere a Damasco prima della guerra? Due siriani raccontano con nostalgia la normalità perduta del loro Paese.

«Nur» in arabo significa “luce”, An-Nur è una sura del Corano. Nur è anche il nome di una ragazza di ventisei anni conosciuta mesi fa a un aperitivo di un’associazione di volontariato, Soserm, punto di riferimento per i profughi a Milano. È nata a Damasco, in Siria, e ci ha vissuto tutta la vita, fino a pochi giorni fa. Riad è un trentaquattrenne, lavora nel sociale, è nel nostro Paese da due anni; il resto l’ha passato a Irbin, una cittadina di cinquantamila abitanti a una decina di chilometri dal quartiere Jobar, il più a est della capitale siriana. Oggi, a quattro anni dall’inizio della guerra in Siria, come rimarcato di recente dall’Alto commissario Onu per i rifugiati Antonio Guterres, si può dire che è stata soprattutto la diplomazia a fallire. Ma il prezzo più alto di questo conflitto senza fine, senza tregua e apparentemente senza soluzione l’hanno pagato gli abitanti di Damasco, Aleppo, Hama, Daraa, Homs: dal 2011 sono morte duecentocinquantamila persone, e tra gli 11 e i 12 milioni sono scappate oltre i confini. Uno Stato sta venendo letteralmente cancellato dalla faccia della Terra, giorno dopo giorno, quasi senza più sdegno.

Nur viveva nella città vecchia di Damasco, uno degli insediamenti umani più antichi del Medio Oriente e quindi della storia della civiltà. Nel cuore del patrimonio Unesco, a distanza di una passeggiata dalla Grande Moschea degli Omayyadi, da anni lavorava come traduttrice, da qualche tempo era responsabile del reparto commerciale della Camera di commercio siriana. All’università aveva studiato gestione aziendale. Le chiedo della sua giornata tipo pre-2011, cosa si ricorda, cosa le viene in mente.

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