Scegliere tra Comandante Rackete e capitano Salvini

Carola Rackete.

La tormentata vicenda della Sea Watch 3 avrebbe tanti lati di cui discutere: il ruolo mai abbastanza chiarito (specie al grande pubblico) della Libia, il silenzio dell’Europa, la propaganda, il cosiddetto decreto sicurezza (anche nella sua versione -bis, che commina multe a chi salva naufraghi nel Mediterraneo), e via discorrendo. L’attenzione però è stata monopolizzata da una singola persona, una donna tedesca di trent’anni, Carola Rackete, comandante della nave della ong battente bandiera olandese, che giovedì 27 giugno ha deciso di forzare il blocco della sua imbarcazione e fare rotta verso Lampedusa.

Di lei si è raccontato che parla cinque lingue, che a 23 anni capitanava già una nave rompighiaccio al Polo Nord, che sente di vivere una vita da privilegiata, da tedesca di pelle bianca qual è; e, a ruota, è seguito il solito round di epiteti e corbellerie di opinionisti apertamente xenofobi o in cerca di un posto al sole sulla spiaggia del cambiamento; il Cirque du Soleil di Fusaro ha definito Rackete «finta ribelle», e qualche pseudo-giornalista del Giornale – di certo non una persona che fa il mio stesso mestiere – l’ha addirittura collegata allo scandalo delle molestie sui bambini di Bibbiano, saltando di palo in frasca e fornendo un immondo assist subito sfruttato dal ministro Matteo Salvini.

Il ministro Salvini, già: quello che fino a ieri auspicava (o meglio, lasciava intendere in uno dei suoi tweet a raffica, per poi smentirlo) che i parlamentari di Pd e Sinistra Italiana saliti a bordo della nave a Lampedusa venissero «arrestati», e poi dichiarava (stavolta senza possibili smentite) che gli elettori dei suddetti partiti – un quarto abbondante del Paese di cui si fregia di rappresentare un’istituzione – «dovrebbero vergognarsi». Lo stesso Salvini che nel 2015, appena quattro anni fa, quando ancora fingeva ciò che oggi troverebbe controproducente o direttamente disdicevole dal punto di vista del consenso (l’aver studiato, il rifarsi ad autori simil-buonisti, l’ipotesi di disobbedire alle leggi) scriveva:

Ah.

Dunque, sì: Carola Rackete ha disubbidito alle leggi italiane, che in questo frangente storico e politico impediscono di portare 42 naufraghi soccorsi due settimane prima verso ciò che le norme del diritto internazionale definiscono un porto sicuro (cioè dove i loro diritti umani e di asilo verranno presi in considerazione, almeno a un livello minimo). Eppure, la sua scelta non è quella di una criminale che ha deciso dal primo giorno di sfidare la legalità, bensì l’extrema ratio di chi non aveva più altra scelta. Dopo quattordici giorni di deriva al largo di Lampedusa con a bordo persone allo stremo, dopo aver cercato approdi altrove che non le competevano, Rackete ha fatto l’unica cosa che un essere umano degno avrebbe potuto fare: ha guardato alla legge morale dentro di lei e – colta la portata dell’assurdità di quel che si stava compiendo – ha semplicemente deciso che il gioco valeva la candela. Quelle persone dovevano essere curate, nutrite e assicurate alla terraferma. Ha fatto male? Può essere. Ha fatto bene? Al di là di ogni dubbio, sì. (Sul tema si può anche leggere il pensiero dell’ex comandante Gregorio De Falco, più titolato del 99% del bar sport a esprimersi sull’argomento).

Arrivata nel porto di Lampedusa – dov’è stata accolta da democratici militanti e rappresentanti della Lega, che l’hanno apostrofata con insulti sessisti e minacce, tra cui «stasera ci scappa il morto» (perché il salvinismo è tutta questione di bacioni e buonsenso, come da impronta del caro leader), Carola Rackete è scesa in silenzio, senza provocare, senza strepitare, senza recriminare per quelle settimane di solitudine in mezzo al mare, dov’era diventata l’unica persona ad avere a cuore la vita di altre 42 persone. Ha quindi chiesto scusa per non essersi fermata all’alt di una motovedetta della guardia costiera, urtata con una mossa avventata (ma di certo ben più innocua di quel che la propaganda salviniana – «ha rischiato di ammazzare degli uomini delle forze dell’ordine!» – sta dipingendo in queste ore).

Infine c’è quel che ha fatto e detto Matteo Salvini, l’uomo che ha reso questi diorami di battaglie navali la sua ragion d’essere politica; lo sceriffo del mare senza macchia e senza paura, pronto a gridare l’orgoglio per il suo paese che mostra intransigenza verso la «nave pirata» (che non è affatto «pirata», anzi); l’uomo della legalità che guida un partito che, come spesso si ricorda, ha sottratto 49 milioni di euro di fondi pubblici, che – forse, chissà – restituirà in comode rate nei prossimi 80 anni. Soprattutto, il ministro che ha un disperato bisogno di attardarsi in blocchi navali sulla pelle di famiglie del Sudan, dato che per la prima volta la fiducia degli italiani nel suo esecutivo inconcludente e iperdemagogico è sotto al 50 percento. Il risveglio sarà aspro, perché non basteranno tutte le bagnarole del Mediterraneo per divergere l’attenzione dal memento di finanze pubbliche rovinate in modo mai così pericoloso da megafoni incapaci, senza criteri, senza scrupoli e privi di ogni senso del limite.

Nell’immancabile diretta Facebook seguita allo sbarco – e conseguente arresto – di Rackete, Salvini ha commentato sornione: «È stata arrestata la nuova eroina del Pd». Spiace smentire Annalisa Chirico, che di recente l’ha dichiarato solenne in un tweet, ma il leader della Lega non è affatto «autentico» o «vero»: è una resa plastica – e di una plastica anche piuttosto scadente, in fin dei conti – di un’Italia sciatta, impaurita, arrabbiata con la provincia che l’aveva sempre coccolata ma in cui da qualche tempo si è trovata impoverita di prospettive, riferimenti, denaro. L’Italia che è caduta nella crudele trappola allestita dall’entourage del capitano, scritto giocoforza minuscolo: pensare che i mali di una vita deprezzata vengano dagli ultimi arrivati (i quali sono sempre meno, e in ogni caso sono sempre passati dalle nostre latitudini per poi andarsene altrove: altro che emergenza) e non da politici inetti che non trovano il coraggio di intestarsi percorsi seri di ripresa economica e occupazionale, misure magari impopolari ma necessarie, e sguardi lungimiranti.

Sputare sulla Comandante (maiuscola) Carola Rackete, augurarle stupri e ridere delle sue manette è facile e in certi casi può dare assuefazione, cari compatrioti. Ma nemmeno questo vi salverà dal fare i conti con la verità, e, contestualmente, con le bestie antimorali che siete diventati guardando altrove.