Cosa abbiamo fatto di male per meritarci questa crisi di governo?

(foto Vincenzo Livieri/LaPresse)

Dove eravamo rimasti? Ah, sì: il Partito democratico, la forza politica di centrosinistra che fino a ieri si era opposta – si fa per dire – alle scorrerie politiche e culturali del governo Movimento 5 stelle-Lega, oggi è pronto a battezzare un nuovo governo con gli stessi 5 stelle. C’è solo da superare lo scoglio del ricorso alla (non irresistibile) piattaforma Rousseau, e poi saremo pronti a veder sedere allo stesso tavolo chi non troppo tempo fa definiva affettuosamente «mafiosi» i suoi futuri alleati, e i «mafiosi» in questione, in una specie di riedizione lisergica della solidarietà nazionale in cui tutti gli attori in campo hanno il fiato cortissimo, poche idee e nessuna capacità di fare ordine.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito impotenti e un po’ rassegnati al trionfo di quegli accostamenti impeccabili e crudeli di coppie di dichiarazioni agli antipodi originate da politici sempre più (comprensibilmente) confusi, spesso divise soltanto da poche ore o giorni di distanza: Luigi Di Maio che smentisce piccato qualsiasi ipotesi di «governo col Pd»; Matteo Salvini che giura e spergiura di non aver «mai detto di voler staccare la spina» a Conte dopo aver messo in moto la macchina della sfiducia al «governo dei no»; lo stesso Conte che striglia Salvini in Senato, ma forse dimentica di aver protetto il “Capitano” da ogni bordata pre-contiana per più di un anno; il senatore renziano Marcucci che, nell’arco del stesso secondo giorno di consultazioni al Quirinale, dice prima che è «impossibile» che Di Maio faccia il vicepremier del Conte bis, poi che non è a conoscenza di veti del suo partito su Di Maio; Renzi il fu #senzadime; Grillo il deus ex machina della lotta al Pd, eccetera: la lista sarebbe quasi infinita, per cui meglio fermarsi finché si è in tempo.

La coerenza in politica è sempre stata un valore grandemente sopravvalutato, peraltro ammantato da una dimensione morale che le compete solo in parte: cambiare idea, linea, ricette è il minimo che ci si dovrebbe aspettare da un buon amministratore della cosa pubblica. Il problema, semmai, è che di politico in Italia non sembra rimasto niente: stiamo per assistere al primo, faticoso giro di pista di un esecutivo formato da due partiti con ispirazioni, prospettive e posizioni antitetiche, che negli ultimi anni hanno fatto dell’incolmabile distanza che li separa pressoché l’unica architrave delle loro rispettive identità. Il Pd era il Pd perché non stava coi 5 stelle; i 5 stelle erano i 5 stelle perché non stavano col Pd. Ieri Di Maio uscendo dal Quirinale ha dichiarato ai microfoni che non «rinnega» nulla dei 14 mesi di governo con la Lega di Salvini; Zingaretti ha invece ribadito che per il Pd serve un governo basato sulla «discontinuità», in modo da voltare definitivamente pagina. Con queste premesse che cosa può nascere, e con che prospettiva politica?

Viene facile, nell’Italia del 2019, parlare di “accordicchi” di spartimento delle poltrone – anche quando il termine è usato a sproposito con fini propagandistici, come si sta già prodigando a fare la claque salviniana – perché a margine della legittima, anzi auspicabile prassi costituzionale e parlamentare in atto non c’è al momento nessun politico che si è dimostrato in grado di spiegare agli elettori cosa sta facendo, o perché: non Salvini, che ha tentato una guerra lampo che è diventata la sua Waterloo personale; non Conte, che è passato da figurina di sfondo a statista moderato e insipido padre della patria; non certo Di Maio, che continua a brandire la clava del «né di destra, né di sinistra» senza decrittare almeno una delle sue ultime dodicimila giravolte; e men che mai Zingaretti e Renzi, logorati dalle recenti guerre interne del Pd e di certo incapaci di garantirne l’unità nel medio termine, una precondizione essenziale per affacciarsi a un governo ostico come certamente sarà quello coi grillini.

Il Partito democratico ha scelto la sua mission, si potrebbe dire usando il triste gergo del marketing: da dieci anni si prende la briga di pagare i cocci rotti da altri, come fosse una prescrizione del medico curante, per poi subirne regolarmente le conseguenze alle urne. Ora Salvini ha gioco facile nello spiegare – direttamente al Quirinale, dopo le consultazioni con Mattarella – che il nuovo governo in realtà verrà «scelto a Bruxelles», e sorprende solo relativamente che qualcuno dei suoi ci crederà davvero: il Pd non vince, non convince, ma governa. È un ruolo responsabile (detto senza nessuna sfumatura pseudo-ironica) e in un certo senso persino coraggioso, ma basta per non soccombere, per indicare una direzione e tracciare un solco; insomma per fare quello che dovrebbe fare la politica?

Certo, l’alternativa al governo “giallorosso” era molto peggiore per gli italiani, nonché infinitamente più sconsiderata: le elezioni d’autunno possono andar bene per un’efficace chiamata alle armi qualunquista, ma non risolvono il problema più grave che pesa sui conti pubblici e le nostre tasche, quello della finanziaria da approvare entro i tempi prestabiliti. Ma la “cosa” governativa che abbiamo davanti, al momento, è un rabberciamento che non prova nemmeno a sotterrare l’ascia di guerra in nome di un progetto non dico ambizioso, ma almeno condiviso e politicamente motivato, qualcosa da poter raccontare e in grado di ottenere un consenso ancorché parziale dei cittadini. Gli italiani invece assisteranno semplicemente al passaggio dal governo Conte al governo Conte-bis, in nome di una continuità discontinua, con un’alleanza nata non grazie a ma nonostante il volere dei due capi politici dei partiti che la compongono, e segnata in partenza dal macigno delle bordate anticasta del M5S.

È difficile immaginare cosa ne verrà fuori – un governo del genere può letteralmente essere tutto e il suo contrario – ma per ora la sintesi più esatta, nella sua semplicità ossimorica, l’ha restituita Jason Horowitz del New York Times.