Le cose più stupide che ho sentito dall’inizio dell’epidemia

(foto: Amin Moshrefi/Unsplash)

Sono passati più di due mesi da quando «Mattia», il cosiddetto «paziente 1» di Codogno, portava suo malgrado lo spettro del coronavirus in Italia (in realtà è un dato ormai molto probabile che il patogeno si trovasse alle nostre latitudini già da dicembre, a voler essere precisi). Sono stati due mesi di novità assolute, prove psicologiche formidabili, immani tragedie e parecchio altro. È quindi naturale, per certi versi, che del maledetto Sars-CoV-2 si sia letto o sentito tutto e il contrario: per quanto la Next Big One fosse stata predetta dagli epidemiologi almeno da un decennio, quasi nessuno stato del mondo è davvero arrivato preparato all’appuntamento con la Grande Pandemia.

Sono quasi certo che io stesso – che non sono né un epidemiologo né un esperto di virus o sanità – riprendendo i miei tweet della fine di febbraio scoprirei qualcosa per cui sentirmi in imbarazzo: magari mi sono fatto irretire dai peana milanesi per la riapertura immediata, o forse ho condiviso una valutazione completamente sballata della situazione. Chi può dirlo? D’altronde quasi nessuno sapeva niente e il mondo intero, si diceva, si è fatto prendere in contropiede.

In questo mare magnum di imprecisioni, errori marchiani e Caporetto in buona o meno buona fede c’è però una serie di proclami e nonluoghi retorici che col tempo ho imparato a detestare: un po’ perché di solito chi li ha pronunciati non ha fatto ammenda dei suoi sbagli, e anzi di norma è ancora lì a ripeterli senza alcuna apparente lezione appresa; un po’ anche perché diversi interventi hanno mostrato fin da subito banalmente di non avere né capo né coda, contribuendo ad aumentare l’entropia informativa in uno dei momenti più duri e confusi della storia della Repubblica. Li ho messi in ordine qui, in base a come mi venivano in mente.

«Un’infezione appena più seria di un’influenza» (Maria Rita Gismondo, direttrice Laboratorio di microbiologia clinica)

Direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano – già in prima linea nell’emergenza – il 23 febbraio la dottoressa Gismondo aveva l’identikit perfetto del pompiere in grado di ridimensionare la portata dell’incendio. Donna giusta al momento giusto – pochi giorni dopo il sindaco di Milano Beppe Sala avrebbe indossato la famigerata t-shirt «Milano non si ferma» – Gismondo non solo, tuttavia, non ha mai ammesso il suo marchiano errore (ancora più grave, dato che viene da una persona che per mestiere dovrebbe saper distinguere tra influenze stagionali e pandemie), ma si è anche crogiolata nei suoi 15 minuti di celebrità warholiani con una sequela di interventi minimizzanti andata avanti per più di un mese, che le è valsa una diffida del Patto trasversale per la scienza, l’associazione di advocacy nata per volontà di Roberto Burioni e altri scienziati italiani.

«C’è anche da riconoscere – e penso sia un dato oggettivo – che fino ad ora, come Regione Lombardia, le abbiamo azzeccate tutte» (Pietro Foroni, assessore di Regione Lombardia)

Sulle inadempienze e gli errori marchiani dei vertici di Regione Lombardia si è scritto molto (io ho contribuito in minima parte descrivendo cosa hanno reso possibile nelle Rsa, le case di cura per anziani non autosuttificienti) e si continuerà a scrivere: quel che è certo, per ora, è che solo rimanendo ai largamenti inesatti – per difetto – dati ufficiali sulle morti per Covid-19, la Lombardia ha registrato dieci volte i decessi del Veneto, pur avendo poco più del doppio della sua popolazione. Basterebbe questo per rispondere al tracotante assessore al Territorio del Pirellone, che durante il consueto punto quotidiano della sua istituzione, il 5 aprile scorso si è prodotto in un’affermazione così incauta.

Tra le cose che la Lombardia non ha azzeccato – oltre alle già citate Rsa, dove le vittime si contano nelle decine di migliaia – ci sono la scelta di non istituire una zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro, in provincia di Bergamo (all’ospedale di Alzano il 23 febbraio la regione ha addirittura intimato di riaprire dopo un caso di coronavirus, come abbiamo scoperto), l’abbandono quasi totale dei medici di medicina generale e di famiglia e il mancato reperimento di dispositivi di protezione individuale e tecnologie per i test di massa che avrebbero potuto evitare l’ecatombe. Ciononostante, anche il punto successivo è realmente esistente.

«Rifarei le scelte che ho fatto» (Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia)

Vale quanto detto sopra: con l’aggravante che questo virgolettato è quanto emerso da un’intervista col Corriere della Sera il 22 aprile, cioè a due mesi dall’inizio dell’epidemia. Ogni decisore politico o privato ha avuto tutto il tempo di fare i conti coi propri errori. Fontana dice di non averne fatti, di errori: a posto così, allora.

«Se, come molti esperti considerano possibile, il virus dovesse raggiungere anche solo il 20% della popolazione (12 milioni di persone), i morti non sarebbero il 3% (circa 360mila) ma almeno il triplo o il quadruplo, ovvero 1 milione o più» (Luca Ricolfi, sociologo)

Sul Messaggero, in uno degli articoli di accusa al governo più condivisi della prima fase dell’emergenza – è datato 5 marzo – Ricolfi si è lasciato andare a stime almeno rivedibili, diciamo: se anche – come è opinione diffusa attualmente tra chi si occupa di queste statistiche – i decessi totali per coronavirus non conteggiati arrivassero al triplo o quadruplo di quelli finiti nei bollettini, la cifra di morti di cui parleremmo per l’Italia sarebbe al massimo attorno alle 100mila vittime. Un numero inusitato, ma pur sempre un decimo di quello vaticinato dal profeta di sventura Ricolfi: perché dare spazio a una valutazione a spanne così imprecisa, capace solo di alimentare il panico – e in un momento in cui il panico si era appena stabilmente insinuato nelle nostre case?

Dite così solo per trovare qualcosa con cui attaccare la Lega/il governo!

Tra tante imbecillità, questa merita un posto di riguardo nel mio cuore di italiano in lockdown, anche perché spesso non è venuta da politici bisognosi di trovare un alibi con cui presentarsi alle prossime elezioni, ma da privati cittadini disposti a correre in soccorso dei suddetti, per motivi insondabili. In breve: no, dire che la gestione della crisi da parte di Regione Lombardia ha fatto acqua da tutte le parti non significa “attaccare la Lega” (qualsiasi cosa ciò voglia dire): mentre Fontana e i suoi si facevano scudo della loro infallibilità pochi chilometri oltre il confine lombardo, in Veneto, una giunta regionale si affidava a uno stimato microbiologo dell’Università di Padova, Andrea Crisanti, e ad altri esperti per mettere in piedi un piano di contrasto al virus che ha permesso di salvare decine di migliaia di vite acquistando macchinari per l’elaborazione dei test e producendo reagenti per assicurare tamponi di massa. Quella giunta è guidata da un signore che si chiama Luca Zaia, ed è – indovinate – della Lega. Non lo inviterei a cena, probabilmente (anche perché è convinto che «tutti abbiamo visto i cinesi mangiare topi vivi»), ma ha saputo far fronte a una situazione in evoluzione in maniera coerente ed efficace. Che è poi quel che si chiede a un politico.

Lo stesso vale a maggior ragione per il governo di Giuseppe Conte: chiedergli conto delle politiche di contenimento messe in atto – a partire dal caso tragico della chiusura di Alzano Lombardo – significa soltanto porsi domande dovute, e piuttosto ovvie. Perché il governo ha tergiversato sui tamponi, prima dichiarando per bocca dello stesso Conte che l’Italia ne faceva troppi e poi denunciando nei giorni dispari che ce n’erano troppo pochi? Perché ha sempre sostenuto di sottoporre ai tamponi a chi presenta sintomi, come da indicazione delle autorità sanitarie, quando non è mai stato vero? Perché ha dato prova di una comunicazione istituzionale assente – quando non è stata imbarazzante, come nel tergiversare sugli «affetti stabili»? E l’app? E il piano per i tamponi e la prevenzione? E via discorrendo.

Sono uscito ed era pieno di gente/Per colpa dei soliti irresponsabili non ne usciremo mai/Come si fa a far rispettare le leggi agli italiani?

Variazioni sul grande tema che ha dominato le cronache per settimane, ormai mesi: la delazione, con annesso senso di sospetto reciproco. Ne ho già scritto su Wired, descrivendo la nuova Italia ossessionata da chi esce di casa, ma naturalmente la questione continua a essere ben presente: una volta tanto l’Italia aveva la possibilità di fare ciò che sa fare meglio, ovvero prendersela con la politica, ma ha preferito il tiro al runner o l’odio appena celato (spesso nemmeno celato) per il genitore uscito a fare una passeggiata col figlio. Andrebbe notato, en passant, che i vari status sono uscito ed era pieno di gente contengono una divertente applicazione del principio della pagliuzza e della trave, ma forse è chiedere troppo. Ora come allora, meglio restare sui fatti: anche quelli relativi al 4 maggio 2020, il primo giorno della ripartenza italiana, da Aosta fino a Bari parlano di file ordinate e dispositivi di protezione regolarmente indossati (si parla in generale: preciso, ché qui è un attimo che ti postano il link sulla sagra clandestina organizzata nottetempo a toh, Gorizia).

È una retorica due volte infida e pericolosa, questa del non ce la faremo mai, anche perché serve da lasciapassare perfetto per istituzioni che non vedono l’ora di condire tutto di paternalismo: ieri il consulente del governo Walter Ricciardi diceva a Repubblica:

Ho visto un grande senso di responsabilità da parte degli italiani, quando sono rimasti a casa. Ma non so se nella nuova fase si terrà un comportamento costantemente virtuoso. È naturale e umano che ci siano le deviazioni.

E si potrebbe continuare con altri esempi, dai testi degli stessi dpcm a firma di Giuseppe Conte a svariati interventi di figure pubbliche in tv e sui giornali: gli italiani sono un popolo di bambinoni da educare, sembrano pensare tutti, e allora educhiamoli. Può anche andar bene: poi però non lamentiamoci, quando i grandi non ci chiameranno a discutere con loro delle cose da adulti.

«Chiedo alla comunità scientifica di darci certezze inconfutabili […] Pretendiamo chiarezza, altrimenti non c’è scienza» (Francesco Boccia, ministro per gli Affari Regionali)

Che Boccia non sia esattamente uno scienziato era noto a tutti già da tempo, ma quest’uscita – affidata al Corriere della Sera del 14 aprile – risulta particolarmente insopportabile: uno perché di fatto riduce la scienza a un orpello subordinato alle necessità della politica, che se ne serve come e quando vuole per alimentare le carriere dei Boccia di turno; due perché travisa completamente l’essenza stessa del metodo scientifico, quello che si studia alle medie. La «comunità scientifica» (che non è, in ogni caso, una monade che parla con una voce sola e infallibile) non trova «certezze inconfutabili»: si limita a fare il suo mestiere, cioè sottoporre a indagine rigorosa gli oggetti dei suoi studi, e arrivare a qualcosa di vicino alla realtà laddove le sue ipotesi – dopo copiose smentite e correzioni – vengono affinate e provate. Insomma, la scienza non è verità rivelata: per quello c’è la fede.

Non avete voluto mettere in quarantena chi ritornava dalla Cina buttandola sul razzismo, e ora guardate!

Fiore all’occhiello della martellante retorica bandierin-capezzoniana su Twitter e gli altri social network, questo j’accuse al governo si rifà alla querelle del virologo Roberto Burioni con la Regione Toscana, che a metà febbraio ha declinato la proposta del professore di istituire una quarantena obbligatoria per i suoi cittadini che tornavano dalla Cina. Burioni certamente non parlava a caso, e la quarantena era (ed è) il modo più immediato per contrastare il diffondersi del patogeno. Peccato che il nuovo coronavirus – dicono gli ultimi report sul tema – fosse in Europa già da dicembre, e quindi la quarantena a quel punto sarebbe arrivata comunque tardi, rivelandosi inutile.

Intendiamoci: nessuno vuole dare ragione al presidente della Toscana Enrico Rossi quando ha dato a Burioni – che peraltro aveva proposto una misura di semplice buonsenso – del «fascioleghista»: il razzismo nei confronti delle persone cinesi – in un paese dalle forti sacche xenofobe come il nostro – è però un dato accertato da moltissime cronache e segnalazioni di questi mesi. Se vogliamo renderlo una barzelletta, almeno non facciamolo per interessi politici piccini (parlo alle varie sfumature di vassalli e valvassini salviniani che hanno recitato l’accusa a pappagalletto, ovviamente).

«Italiani chiusi in casa, clandestini liberi di sbarcare» (Matteo Salvini)

Enough said: falso, tendenzioso, irrispettoso, vile e semplicemente idiota. Passiamo oltre.

«In questo paese ci facciamo geolocalizzare anche quando dobbiamo ordinare una pizza con una app, ci facciamo geolocalizzare da tutti i social del mondo […] Ora facciamo una app […] e scoppia la polemica sulla privacy» (Luigi Di Maio, ministro degli Esteri)

Il ministro si limitava a dare eco e rilievo istituzionale (beh, oddio) a una boutade finto-acuta che già da giorni girava sui social network: ma come, diamo il nostro consenso al trattamento dei dati a quiz tipo «che verdura sei?» e poi ci lamentiamo della privacy per l’app Immuni? Il tentativo di cavarsi d’impaccio di Di Maio è apprezzabile, ma c’è una lunga serie di motivi per cui un’applicazione statale da installare sui dispositivi di milioni di privati cittadini non è esattamente uguale a un quiz su Facebook: li ha spiegati Philip Di Salvo, che di mestiere li studia e ne scrive, e vi consiglio di leggerli. Che nel frattempo l’app Immuni sia praticamente sparita dai radar, in ogni caso, dice molto della caratura delle argomentazioni addotte dal navigato titolare della Farnesina.

«Ho sentito anche sui social la giusta rabbia di qualcuno che dice: a Milano c’è ancora troppa gente che si muove. Avete perfettamente ragione». (Giulio Gallera, assessore di Regione Lombardia)

Un altro brillante caso di istituzione al servizio dei cittadini durante un’emergenza epocale che trae le sue informazioni dai «social» – e di delazione, stavolta a mezzo conferenza stampa.

Col passare delle settimane ho sviluppato uno strano fetish per le televendite dell’assessore Gallera – anch’egli, come i suoi colleghi di giunta, ostinatamente deciso a negare ogni responsabilità o errore – ma il suo briefing del 14 aprile ha segnato un punto di non ritorno: nonostante tutti i dati a disposizione (e a disposizione anche dei vertici della Regione, ovviamente) dicessero già che Milano era la città della Lombardia con meno spostamenti, l’assessore alla Sanità ha pensato bene di gettare un sasso nello stagno per rintuzzare la diffidenza dei lombardi e magari pararsi un po’ il sedere, già che c’era.