Fatela finita, pagliacci

Il 2 febbraio 2021, in un’epoca lontana lontana che corrisponde per caso alla settimana scorsa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, preso atto della complessa situazione di stallo politico che impediva la formazione di un nuovo governo, ha deciso di conferire un mandato cosiddetto “esplorativo” all’ex presidente della Bce Mario Draghi. Riccardo Fraccaro, sottosegretario del Movimento 5 stelle alla presidenza del Consiglio, ha afferrato con mano ferma il suo telefono per postare su Twitter una netta presa di distanze, garbata ma tombale: «Ringrazio il presidente Mattarella per il suo impegno nel voler dare un governo al Paese, ma noi siamo sempre stati chiari con gli italiani dicendo apertamente che il M5s avrebbe sostenuto solo un esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Su questo, con coerenza, andremo fino in fondo».

Più o meno in contemporanea Vito Crimi, il capo politico del partito di Fraccaro, sanciva perentoriamente che il Movimento «non voterà per un governo tecnico presieduto da Mario Draghi», plain and simple. Avanti veloce fino al 9 febbraio, un’epoca più in là: Crimi è asserragliato nel bunker di retorica che si è appena costruito per sfuggire alle domande pressanti dello studio di Di Martedì, il talk in prima serata di La7 (una rete che non si ricorda essere stata così assediante nei confronti di un 5 stelle negli ultimi anni, ma soprassediamo), che gli chiedono conto della sua comunicazione di sette giorni prima, ora che Beppe Grillo ha promosso Draghi definendolo «un grillino». Lui è in ovvia difficoltà, spiega che il suo dispaccio è stata «una reazione istintiva», che in ogni caso effettivamente Draghi «più grillino di così non potevamo immaginarlo».

E Rousseau? La telenovela della consultazione sulla discussa piattaforma di voto del Movimento 5 stelle si è infine risolta, dopo 24 ore di testacoda sempre più lisergici in cui Beppe Grillo e i suoi hanno cambiato idea almeno tre volte: “Si vota in due giorni, dopo la fine delle consultazioni” – “la votazione è sospesa a tempo indeterminato” – “ok, si vota domani”. Il testo del quesito che chiederà agli iscritti di esprimere un parere sull’entrata del M5s nella maggioranza di Draghi è il seguente: «Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico, che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Draghi?». Ogni commento appare superfluo.

Intanto la Lega di Matteo Salvini, dopo un percorso di un decennio in cui ha ripetutamente e veementemente criticato la moneta unica europea e i meccanismi che ne regolano il funzionamento – con una retorica che l’ha spesso accostata ai peggiori regimi della storia, anche di recente – si è svegliata tra i più ferventi sostenitori del presidente del Consiglio incaricato, il grande salvatore dell’euro: lo stesso Salvini ha detto che «un momento di emergenza nazionale richiede pragmatismo», fatto approvare ai suoi il Recovery Plan al Parlamento europeo («vogliamo stare in Europa e farlo da protagonisti») e deciso di riconvertirsi a una posizione pseudo-moderata persino sull’immigrazione, il suo cavallo di battaglia più oltranzista. Il responsabile economico del partito Claudio Borghi Aquilini, da falco e prolifico portavoce de facto della nutrita fazione no euro su Twitter, dice senza remore che «se Draghi riuscisse a rendere l’Italia protagonista della nuova Unione Europea sarebbe una rivoluzione». Alberto Bagnai, il massimo teorico dell’Italexit, spiega tranquillamente alla Stampa che Draghi «è pragmatico come noi [leghisti]».

Le folgorazioni sulla via di Bruxelles sono un filone ricchissimo e in espansione, ma sono soltanto un pezzo del puzzle: ci sono anche i veti incrociati sulle alleanze, i famosissimi «noi? Mai con loro». Ed è forse qui che l’incontenibile maelstrom della cialtroneria dell’attuale classe politica sta dando il suo meglio. Nemmeno un mese fa, il 12 gennaio, il vicesegretario del Partito democratico Andrea Orlando spiegava a Otto e mezzo che il Pd non si sarebbe mai – mai! – unito a un governo di unità nazionale sostenuto dalla Lega di Salvini. «Anche in caso di governo Draghi?», gli chiedeva con lungimiranza il direttore di Domani Stefano Feltri. «Anche se venisse Superman», rispondeva sprezzante e imperturbabile lui.

Anche la terza costola dell’alleanza di centrosinistra, Liberi e uguali, vive giornate di psicodrammi e sedute di autocoscienza a oltranza: l’ex ministro Speranza, segretario di Articolo 1 (una delle due componenti originarie del partito: l’altra è Sinistra italiana) spinge per l’ingresso nell’esecutivo, ma Sinistra italiana, a partire da Nicola Fratoianni, non è così d’accordo sull’ipotesi di governare con la Lega salviniana. Arturo Scotto (di Articolo 1) da parte sua aveva già fatto sapere in tempi non sospetti che «l’establishment si è organizzato e ha fatto quello che desiderava da due anni», cioè portare sul trono un suo adepto. Ma allora che ne sarà dell’indissolubile coalizione progressista? Leu dal canto suo «auspica» che rimanga in piedi, a prescindere da quel che deciderà di fare.

Si potrebbe continuare a lungo, per i temerari che volessero proseguire caracollando in quel pantano di nonsense che è diventato la politica italiana. Davvero: che altro dobbiamo leggere e vedere? Salvini che il 4 febbraio chiosa che «Draghi dovrà scegliere tra le richieste di Grillo e le nostre, che sono il contrario» e pochi giorni dopo, con un guizzo nel campo della politica estera, conciona senza pudore che «dobbiamo guardare alla democrazia e all’Occidente e alle libertà dell’Occidente, senza essere tifosi di altri regimi»; Luigi Marattin di Italia Viva, un partito che ha proposto il ricorso ai 36 miliardi di euro del Mes sanitario come un punto ineludibile di qualsiasi trattativa, dichiara che se lo spread continua a scendere «non ce ne sarà bisogno»; il segretario del Pd Nicola Zingaretti, dopo settimane da barricato nel campo del «punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti» Giuseppe Conte, invece di fare una lunga chiacchierata col suo stratega Goffredo Bettini si avventura a sostenere che «Salvini ha dato ragione al Pd»; il prof. anti-euro Antonio Rinaldi che ci spiega che l’uscita dall’euro «era solo una speculazione accademica»; il suo collega di partito Armando Siri vuole invece fare un disegnino a Draghi per convincerlo che la flat tax si può fare, anche se lui ha già gentilmente declinato, chiarendo di non volerla fare; l’ex premier Conte che, dopo aver detto e ripetuto che alla fine del suo mandato sarebbe stato «contento» di tornare a fare l’avvocato, scopre che sarà candidato a Siena a sua insaputa.

Senza voler cadere in una dimenticabile retorica passatista, sono certo che in un tempo non così lontano – non la settimana scorsa, ma insomma – la politica in Italia abbia incarnato qualcosa di consapevole, responsabile, talvolta addirittura ispirato. I socialisti di Craxi dicevano che è un gioco brutale, ma al tempo era ancora un gioco dotato di regole. Nenni ci ha regalato quel grande aforisma sui puri, ma non avrebbe mai negato o rinnegato la purezza delle sue idee. I democristiani, nemmeno a parlarne, avevano una concezione del mondo condivisa e difficilmente mutabile, nonostante tutto. Nel 2021 invece non soltanto i protagonisti della politica appaiono del tutto assimilabili a quelli di un reality show raccogliticcio – stesso fiato corto, stessi pigri coup de théâtre, stesso pubblico sbadigliante – ma sono addirittura riusciti ad abbassare ulteriormente l’asticella delle aspettative del pubblico, che d’altronde ormai considerano apertamente composto da cretini a cui far acquistare sali magici (fanno fede i quesiti di Rousseau, ma non solo quelli).

Ma anche al di fuori di quel gruppuscolo di addetti ai lavori, giornalisti, commentatori e semplici appassionati di cicaleccio politico c’è vita intelligente, distinti onorevoli. Persone che magari hanno idee assurde, parziali, sciocche, infantili, malinformate o direttamente deliranti, ma sono le loro: se riescono a portarle in parlamento, meritano rappresentanti in grado di sostenerle con la dovuta compostezza al di là del primo alito di vento in direzione contraria, e anche eletti che non siano disposti a insolentire le istituzioni in cui siedono in modo così svergognato. Una prece, dunque: fatela finita, pagliacci. La situazione è così grave da dover necessariamente diventare anche un po’ più seria.