Si sta come d’autunno su Instagram i giornalisti

Mi accingo a scrivere queste righe con la consapevolezza semi-funerea di chi sta per sedersi dalla parte degli attempati conservatori («cade il mito di me giovane», per citare l’incredulità solenne di una persona a cui voglio molto bene nel giorno del suo trentasettesimo compleanno): poche ore fa Francesco Costa, vicedirettore del Post e impeccabile professionista che conosco da ormai poco meno che dieci anni – ecco, iniziamo a sentirci vecchi – ha postato sul suo profilo Instagram una call to action dal titolo eloquente: «Porta un/una giornalista italiano/a su Instagram».

Francesco precisa, giustamente, che «ci siamo già, ma più per raccontare i fatti nostri che il nostro lavoro». E da questa considerazione ne deriva altre, tra il serio e il faceto, spiegando fra l’altro che su Twitter siamo rimasti soltanto noi e «quattro nostri amici» (vero, almeno se si parla di Italia) e che tra un po’ se ne andranno tutti su TikTok, «e lì non abbiamo speranze» (vero anche questo, direi). Così come è sacrosanto, in effetti, pensare che esista un pubblico più ampio e tendenzialmente insofferente alla gragnola di link di articoli nostri-e-dei-nostri-amici spammati senza ritegno a ogni ora del giorno. Insomma, dire che le persone – cioè il pubblico dei giornalisti – sono su Instagram non sarà più una novità da tempo, ma è anche un dato di fatto (basta vedere i dati del traffico portato ai siti di news da Facebook – in perenne calo – e Twitter – praticamente inesistente).

E parecchie testate, soprattutto internazionali, si sono riciclate in modo splendido, inventandosi di fatto modi per portare le loro storie su Instagram (non faccio esempi perché sarebbero i soliti). Diverso è, però, parlare di cosa può fare un singolo giornalista, in prima persona, su Instagram. Intendiamoci, il mezzo ha fatto passi da gigante e oggi le Stories danno tutti gli strumenti per organizzare un racconto o un’analisi interessante: ma si tratta sempre di contenuti indirizzati principalmente – se non esclusivamente – ai propri follower, e che dopo 24 ore spariranno come neve al sole, quando invece uno sforzo giornalistico riuscito è sempre (in varia misura) partecipato. In un’inchiesta, un’analisi e persino un ritratto online si inseriscono voci, citazioni, commenti perché sono queste cose a restituire la ricchezza di una conversazione da cui ognuno può trarre il senso e gli spunti del pezzo e discuterne. E se sui cari vecchi – anzitutto anagraficamente – Facebook e Twitter questa conversazione è stimolata (fin troppo, si può obiettare), su Instagram anche il miglior articolo in punta di penna diventa uno screenshot con immancabile «link in bio» – soluzione, peraltro, di una tristezza inenarrabile.

Dalla ricerca dell’hashtag #HongKong

Francesco, a cui ho scritto per dirgli brevemente la mia, mi ha risposto che secondo lui per una riconversione efficace a Instagram bisogna inventarsi delle cose e – cosa che mi ha colpito di più – «imparare una nuova lingua». Tendo, in genere, a essere d’accordo o molto d’accordo con quanto dice Costa (perché è stato il mio primo riferimento giornalistico quasi un decennio fa, per cominciare), ma, nel caso specifico, so anche di essere portato per le lingue e le sperimentazioni: e su Instagram, semplicemente, non riesco a fare granché di diverso dal raccontare i fatti miei. Certo, non sono un caso virtuoso di coltivazione del mio account: ho 800 follower, posto raramente (e quando posto mi accorgo che le cose migliori, quelle che “riescono” e mi paiono avere un qualche senso, sono le belle foto delle vacanze) e non posso aggiungere link alle storie, il che rende tutto ulteriormente complicato.

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Un’estate italiana 🛳⛽️🌊 #filicudi #sun #gasstation

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Il mio caso non fa testo? Può essere. Di sicuro i teenager e in generale – mi gioco la parola che mi varrà un ok, boomer honoris causa – i giovani sono su Instagram e non altrove, e Costa fa bene a immaginare che l’onere di andare a scandagliare i nuovi trend spetti a chi per lavoro dovrebbe raccontarli. Insomma, c’è un senso importante anche in chiave civica nell’appello del vicedirettore del Post: «Abbiamo molti difetti, ma serviamo». È vero. Fatico però a pensare a come una classe così tradizionalista e spesso svogliata come quella dei giornalisti italiani potrebbe adeguarsi a sticker, effetto boomerang e storie in evidenza (pensate ad Antonio Polito, per dire – ma nulla di personale, ciao Polito!). E anche ci riuscisse, cosa racconterebbe su Instagram che non riesce a raccontare altrove, a un pubblico a cui tutto sommato interessa ancora e dove in fondo riesce – se non a dettare – almeno a influenzare l’agenda dei temi del giorno?

I teenager su Instagram parlano di attualità, eccome: ma lo fanno con modalità e codici che al momento un singolo professionista farebbe fatica a intercettare (anche perché, come le altre, la piattaforma è tutt’altro che al riparo dalle cosiddette fake news). Significa che dobbiamo lasciare i teen al loro destino di selfie e storie? Assolutamente no: semplicemente, ritengo che Instagram non sia (o non sia ancora, perlomeno) la piattaforma adatta a un giornalista per coinvolgere in prima persona il suo pubblico con contenuti originali che non ricadono nelle cose che fa – o dovrebbe fare – un account “di redazione”. Con una serie di eccezioni: Giulia Pompili in Asia, Luca Misculin in Medio Oriente e Cecilia Sala in Cile hanno fatto ottimi lavori di live reporting, e usato le Stories per raccontare storie e atmosfere sul campo da fronti caldi. Per queste cose Instagram è uno strumento giornalistico di grande rilevanza, ma si tratta – appunto – di eccezioni: in un panorama nazionale in cui si parla di esuberi e casse integrazioni ogni due giorni, sappiamo fin troppo bene che i viaggi nazionali e internazionali non sono più la norma. E la vita da scrivania, francamente, può stimolare un qualche interesse nel pubblico solo se la tua scrivania si trova nella sede del New York Times, per dire.

In conclusione, credo che ci siano parecchi giornalisti che usano bene Instagram, per quel che vale il mio parere: Francesco Costa è uno di questi, e ce ne sono tanti altri, di tanti ambiti diversi, dalla brillante kulturkritik di Guia Soncini al fenomenale racconto delle migrazioni del Mediterraneo di Annalisa Camilli. C’è però che si tratta sempre di firme affermate – e affermatesi altrove, ovviamente – o reporter (o fotoreporter, o videomaker) che possono puntare su contenuti originali prodotti direttamente sul posto. Magari mi sbaglio, ma a me pare che Instagram non sia ancora il posto in cui i fatti, le interpretazioni e la conversazione vincono sui selfie ironici e quella luce vespertina che davvero non si poteva non postare. Ci passo più tempo che altrove, ma poi per leggere dell’impeachment di Trump mi sposto su Twitter. Ok, boomer.