Benvenuti su internet, un posto dove i “social network neutrali” non esistono

Grande, si direbbe, è la confusione sotto il cielo per la polemica di alto profilo istituzionale tra Twitter e il suo più famoso utilizzatore compulsivo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha firmato un ordine esecutivo perché l’America si disfi della famigerata Section 230 del Communication Decency Act del 1996, l’architrave di internet: è ciò che tratta – giuridicamente – i siti da piattaforme e non editori, cioè da non-responsabili dei loro contenuti, che vanno invece associati ai singoli autori.

Il tutto avviene perché – donandoci peraltro alcuni screenshot epocali – il social network fondato da Jack Dorsey ha appena deciso di “oscurare” con un avviso di violazione dei termini del sito alcuni tweet trumpiani sulle proteste di Minneapolis seguite alla morte di George Floyd, e prima ancora di apporre una discreta label di contestualizzazione ad alcune sparate menzognere del presidente sul voto per corrispondenza.

 

Mark Zuckerberg ha colto l’attimo per apparire in video su Fox News, la fu tv di riferimento per le all things Trump, ed esprimere la sua contrarietà alla decisione di Twitter, spiegando di essere «fortemente convinto che Facebook non dovrebbe essere l’arbitro della verità su ciò che la gente dice online». Per i conservatori americani la scelta di Dorsey è stata la miccia perfetta per dare nuovo slancio alle loro sindromi da accerchiamento: da anni lamentano di venire regolarmente censurati (anche da Facebook e da Google), e ora possono mostrare ai giudici l’arma del delitto, con l’impronta dell’assassino del free speech. I social network non sono più neutrali: anzi, guardate, se la prendono con noi!

Ecco, magari sorprenderà qualcuno, ma è importante ribadirlo: da più o meno quando gli algoritmi sono quel che sono oggi – cioè da quasi un decennio – i social network “neutrali” semplicemente non esistono. Facebook, Twitter, Instagram, WhatsApp e gli altri da anni scelgono oculatamente cosa ammettere e cosa no sulle loro piattaforme, cosa privilegiare, quanto costa il promuoverlo (se è permesso), come catturare l’attenzione dei loro utenti e dove direzionarla. Dire che si disinteressano dei post degli utenti – limitandosi a fornire un’infrastruttura su cui esprimerli – è un’assurdità colossale, che si potrebbe perdonare solo a chi fosse uscito recentemente da un coma in cui era entrato nel 2010.

La scelta di Twitter di apporre un bollino sotto un tweet di Trump è più o meno “fare l’editore” di accettare di buon grado qualunque inserzione dal contenuto politico (una fonte di ricavi che Twitter ha mandato in soffitta, e su cui Facebook continua invece a lucrare), o moderare contenuti a insindacabile giudizio delle linee guida approvate da Zuckerberg a un dato momento? Quando Facebook lo scorso autunno ha presentato la sua nuova policy pubblicitaria che ammette ogni political ad – anche quella basata su menzogne, diffamazione e quant’altro: Zuckerberg aveva appena spiegato al Congresso che «in una democrazia è importante che le persone possano vedere in prima persona ciò che dicono i politici» – 250 impiegati di Menlo Park hanno scritto una lettera al New York Times per rimarcare che «free speech and paid speech are not the same thing». Non so se serve la traduzione.

E chissà se lo stesso Zuckerberg, convinto campione della libertà di espressione, aveva in mente quest’ultima quando – sempre lo scorso ottobre – ha presentato Facebook News, una nuova sezione della sua piattaforma in cui giornalisti professionisti cureranno una selezione di notizie provenienti da «fonti rispettabili», e gli è stato fatto notare con malcelato imbarazzo che tra queste «fonti rispettabili» c’era Breitbart News, la voce dell’estrema destra con cui Steve Bannon ha tirato la volata a Trump nel 2016. Forse «in una democrazia è importante» diffondere balle dell’alt-right, dandogli anche una veste di notizia col pedigree? (E poi, questo non è giusto un po’ più da “editori” che da “piattaforme”?).

Attenzione, però, perché qui il punto non è affatto l’eventuale partigianeria di Zuck: che il fondatore di Facebook abbia scelto di farsi intervistare da Fox News in un momento molto specifico – o, se è per questo, che negli ultimi tempi abbia frequentato diversi volti notissimi del team Trump per discutere di «libertà di parola e partnership», come ha rivelato Politico – è del tutto legittimo. Meno legittimo è che le sue ponderate decisioni di business, da timoniere di un’azienda con 45mila dipendenti e un indotto ciclopico che deve trovare vie per cui espandersi, siano ammantate di una retorica salvifica da demiurgo.

In un panorama online in cui già da parecchio tempo i social network non sono lontanamente soltanto tele bianche da dipingere, Twitter si è limitata ad apporre una nota non intrusiva che riguarda i pigmenti dei colori (che è ben diverso dal censurare i dipinti). Certo, è una soluzione parziale, imperfetta, che lascia spazio a ulteriori questioni da affrontare: se ne dovrà parlare, e d’altronde col fact-checking hanno tergiversato un po’ tutti – Facebook compreso, fino alla svolta recente – perché tutti si sentono variamente investiti della pesante responsabilità che viene dal plasmare e indirizzare i dibattiti mondiali. Ma è un inizio. E non credo che «in una democrazia» sia tanto importante sapere da Jack Dorsey perché lo fa, quanto lo è anzitutto chiedere a Mark Zuckerberg il vero, onesto e lecito motivo per cui sta facendo l’esatto contrario.