C’era un paese meno pronto degli altri

Nella serata più cruciale e delicata della storia repubblicana dai tempi delle bombe di mafia, o ancora prima dal sequestro Moro, noi giornalisti litigavamo su Twitter per la genesi della notizia della serata, come orchestrali del Titanic impegnati a discutere sulla corretta esecuzione di uno spartito fra le urla dell’equipaggio. La notizia era che dall’8 marzo – iniziato da poco più di due ore – il governo italiano imponeva ai cittadini della Lombardia e di 14 province di Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna e Marche di «evitare in modo assoluto ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori». La notizia, in realtà, era arrivata ore prima, con uno scoop di Fiorenza Sarzanini, che in serata aveva ottenuto e pubblicato sul Corriere della Sera una bozza ufficiale – cioè coi timbri di Palazzo Chigi – che parlava della misura di blocco delle regioni del nord Italia, fino ad allora solo ipotizzata. Com’è normale, Sarzanini aveva riferito la news di enorme portata, che però in poco tempo – complice un ecosistema mediatico difettoso e più di qualche pecca nella gestione dei titoli e dei lanci – era diventata (leggo un titolo di Repubblica che ho salvato sul mio smartphone) «Coronavirus, chiuse la Lombardia e 11 province» e insomma, per farla breve il draft preso non tanto per buono, quanto – peggio – per definitivo ha creato una certa dose di panico: per ore su Twitter sono circolate fotografie di treni (non sappiamo quanti, né quali) stracolmi di fuorisede e affollamenti alla stazione di Milano Centrale. Molti ci hanno visto un rapporto di causa-effetto col modo in cui i giornali hanno gestito quanto era uscito dai palazzi del potere – il draft ovviamente poteva essere modificato: non lo è stato, ma poteva – e alcune testate, tra cui anzitutto Il Post, hanno ritenuto di dover aspettare l’ufficialità delle misure prima di esporre i lettori a informazioni imprecise.

Quel che ho provato a dire io, mentre sul Titanic fioccavano accuse e controaccuse, è che il mestiere di giornalista non vive in una bolla (per fortuna), e ieri le liturgie che lo regolano non erano lontanamente la cosa più importante: non sto dicendo che il Corriere o Repubblica o chi per loro hanno necessariamente sbagliato a dare la notizia, attenzione. Ma le circostanza straordinarie di ieri dovevano portare a un atteggiamento straordinario da parte di chi maneggia quel materiale così potenzialmente scottante per la vita di decine di milioni di persone: se è una situazione in divenire, da accertare, che può portare modifiche e capovolgimenti va sottolineato non una volta, ma dieci. A partire dal titolo. Altrimenti, in momenti del genere non sarà il trincerarci dietro la retorica del «così abbiamo sempre fatto/così si fa» a rendere evidente le difficoltà e il carattere necessario della nostra professione (che già non vive un momento storico di particolare popolarità, diciamo). Per quanto mi riguarda, il problema non è tanto da chi abbia ottenuto la bozza governativa CNN, quanto che il metodo di CNN passi per lo specificare la fonte della news nell’«ufficio stampa di Regione Lombardia» (per altri, la fonte sarebbe invece Palazzo Chigi, dato che – ad esempio – il governatore del Piemonte Cirio sostiene che il draft del decreto è stato inviato alle regioni quando il Corriere era già uscito con la notizia. Ma questo è un lavoro per i filologi, ormai): è un modo trasparente per dire al lettore da dove vengono le notizie, per aiutarlo a trattarle col dovuto grano salis e per permettergli di ricostruire la faccenda.

Poi c’è l’altro lato, o meglio: gli altri lati. Sì, perché la comunicazione delle misure in fase di approvazione da parte dei quotidiani non si è mossa in un sistema-paese irreprensibile e maturo, o quantomeno tutto sommato capace di fare quadrato attorno all’emergenza coronavirus per minimizzare i danni. Macché: la presidenza del Consiglio ha atteso dalle 20 del 7 marzo alle 2.20 dell’8 marzo per sbrogliare una matassa aggrovigliata nelle fondamenta della sicurezza nazionale, non dando nemmeno un cenno a milioni di persone in balia di informazioni temporanee o contrastanti, voci di corridoio, tweet, segnali da interpretare e una psicosi a mezzo social network in fase di crescita esponenziale.

Non bastasse questo, non è stata la prima volta: appena tre giorni prima, il 4 marzo, il governo aveva colpevolmente tergiversato sulla questione della chiusura delle scuole, mandando la ministra Azzolina a smentire un provvedimento di cui fonti del suo esecutivo avevano appena informato la stampa, e costringendo Repubblica a uscire con un duro editoriale sul «diritto di informare e i doveri del governo».

Non bastasse nemmeno quest’altro, oggi, 8 marzo, festa della donna, dopo un lungo iter di polemiche e decisioni revocate e ribaltate, il ministro dello sport Spadafora si è destato e, con Parma e Spal già in campo allo stadio Ennio Tardini della città emiliana, ha deciso di contravvenire a quanto da lui stesso sostenuto fino alla mattina stessa (ovvero: le partite si giocano a porte chiuse), al decreto del suo stesso governo e a un suo reiterato (e velleitario) tentativo di trasmettere il calcio in chiaro sulle reti televisive pubbliche, prima chiedendo la sospensione del campionato alla Figc e poi, ore dopo, spiegando che non condivide «la scelta della Lega di giocare». La partita fra Spal e Parma doveva iniziare alle 12.30, ma il calcio d’inizio è stato rimandato alle 13.45. Quell’ora di buco è stata riempita da un lungo e imbarazzato monologo dei giornalisti di Dazn, che trasmetteva il match da uno stadio vuoto dove risuonava Welcome to The Jungle dei Guns N’ Roses. Uno scenario surreale, che sarà difficile dimenticare.

Aggiungiamo, poi, che lo stesso decreto di blocco del nord del paese rimane almeno misterioso nei termini della sua applicabilità: le sue misure riguardano un’area dove abitano circa 16 milioni di persone, e anche volendo prodigarsi in un atto di fiducia appare difficile immaginare con quali forze lo stato riuscirà ad applicarle, dato che la stessa formulazione delle norme in Gazzetta Ufficiale parla di «evitare in modo assoluto ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori», col loro rispetto lasciato al buonsenso dei destinatari. Se si parla di una cosa grave e seria come la limitazione delle libertà personali, il governo ci dica con esattezza come vuole metterla in atto. Intanto, oggi i treni e gli aerei hanno proseguito il loro servizio come se nulla fosse, alla faccia delle nuove zone arancioni.

In mezzo a tutto questo, com’è inevitabile in queste ore risuonano gli echi onnipresenti di locali aperti nonostante le procedure, di persone che affollano i Navigli milanesi godendosi una bella giornata di sole, di soggetti sottoposti a decreto di mobilità limitata che – appunto – si ammassano su autobus e treni, rischiando di far viaggiare il virus fino al sud e alle isole. Sarà anche vero che la salute è la cosa più importante, come da noto adagio, ma di quella degli altri in fin dei conti a volte sembra importarci poco.

Intendiamoci: stiamo combattendo contro un nemico nuovo, qualcosa che nessuno – al mondo – si aspettava ed era preparato a combattere, e un certo grado di inadeguatezza a tutti i livelli è fisiologico. Ma ciò che oltre confine è un’emergenza, in Italia è un’emergenza rinfocolata e amplificata da mille rivoli di menefreghismi e approssimazioni, pubbliche e private, e un generale atteggiamento di sfiducia e disinteresse verso il prossimo. Se è vero, come dicono gli esperti, che il coronavirus rimarrà con noi ancora per un po’, non è una condizione ideale per prepararsi alla resistenza.