“Magliette, tazze e alligatori”
Anno
2025
Testata
Iconografie
Dalla downtown di Miami, per arrivare al centro visitatori della Shark Valley – così chiamata nonostante sia infestata da pressoché tutto tranne squali – ci vuole circa un’ora: si procede lungo la Dolphin East-West Expressway che taglia in due la città e poi si imbocca la US Route 41 in direzione ovest, dove i palazzoni e le bodega lasciano spazio a un territorio sempre più solitario e acquitrinoso. Sono le Everglades, il “mare d’erba” d’America, già rifugio dei nativi della tribù dei Miccosukee durante il colonialismo britannico e poi statunitense, e un posto che somiglia molto poco al resto del Paese.
Le Everglades sono un luogo al tempo stesso semplicissimo e complicato da descrivere: da una parte l’idea iperuranica di “pianura”, una distesa di paludi, mangrovie e punteggiature di tree islands a perdita d’occhio, che si estende senza variazioni per 20mila chilometri quadrati; dall’altra una sensazione di frontiera, di territorio estremo e inospitale, rimasto ancorato a uno stato di natura ostile. Non sorprende, insomma, che la destra americana abbia scelto proprio questa regione per mettere in piedi la propria parata trionfale di propaganda anti-immigrazione, rimodernando l’area di un vecchio campo d’aviazione nell’area di Big Cypress, a venti minuti da Shark Valley, e costruendoci il suo “Alligator Alcatraz”.

