“La morte di Charlie Kirk e la guerra degli Stati Uniti con se stessi”
Anno
2025
Testata
Lucy. Sulla cultura
Quando Charlie Kirk è stato colpito da un cecchino nascosto a quasi duecento metri di distanza dal palco del suo intervento alla Utah Valley University, il trentunenne enfant prodige del trumpismo stava parlando, per una coincidenza amara, di sparatorie: come suo solito, Kirk – maglietta bianca con la scritta Freedom e pantaloni chino neri – si era prestato a un dibattito con gli studenti del campus e uno studente gli aveva appena chiesto se sapesse “quanti mass shooters trans ci sono stati in America negli ultimi dieci anni”. “Troppi”, aveva risposto prima di abbandonarsi a uno di quei suoi ghigni sardonici e puntualizzare: “Considerando anche la violenza delle gang criminali?”. Nemmeno il tempo di appoggiare il microfono sul tavolino di fronte a lui e compiacersi per la battuta, che un proiettile gli ha trafitto il collo, facendolo rimbalzare sulla sedia e scatenando una fuga caotica nel piazzale del campus.
Charlie Kirk non era una persona qualunque. Charlie Kirk è stato per la destra trumpiana quello che William F. Buckley Jr., il fondatore del gruppo Young Americans for Freedom, era stato per i giovani conservatori durante la guerra fredda: un volto carismatico, capace di difendere le sue idee con metodo e vigore, ammantandole di una spesso posticcia disponibilità al confronto, e capace di compattare il suo pubblico contro un nemico comune. Per Kirk, i nemici erano gli oppositori delle armi, le persone transgender, i migranti, l’establishment Democratico: tutti bersagli che sferzava con un polemismo e presenzialismo senza requie, tra podcast, programmi YouTube, ospitate su media tradizionali e attività di Turning Point USA, la fortunatissima organizzazione di attivismo di destra on campus che aveva fondato nel 2012, appena diciannovenne.

