“Perché gli americani rivogliono Trump?”

Anno

2024

Testata

Lucy. Sulla cultura

Primi anni Cinquanta, l’America del boom, delle nuove case suburbane col prato curato, dell’automobile prodotta in serie e della moquette color malva in salotto. In una casa come le altre di Jamaica Estates, un quartiere ricco del Queens a New York, c’è un bambino un po’ diverso dagli altri che sta giocando coi blocchi da costruzione in compagnia del fratello Robert. Si chiama Donald John Trump, ma il cognome è adattato: quando i suoi nonni sono arrivati in America su una nave salpata dalla Germania, alla fine dell’Ottocento, si chiamavano Drumpf. Mentre il bambino assembla, i pezzi che ha non gli bastano per realizzare ciò che ha in mente: allora chiede in prestito quelli di Robert, promettendo di restituirli una volta finito di giocare. Il resto della storia lo racconterà lui stesso alla rivista «Esquire» più di sessant’anni dopo: “Ho usato tutti i miei blocchi, poi tutti i suoi, e quando ho finito avevo un edificio fantastico, che ho incollato insieme. Robert non ha mai riavuto i suoi mattoncini”.

In questo aneddoto minore della vita del 45esimo presidente degli Stati Uniti c’è già tutto ciò che avrebbe poi reso il trumpismo un’ideologia dominante: lo sprezzo delle regole, la spregiudicatezza, la spietatezza, il primato dell’affermazione personale. Non si può comprendere ciò che questo inesauribile settantasettenne ha fatto agli Stati Uniti e al mondo senza prima capire quel che il mondo ha fatto di lui, crescendolo in una famiglia di costruttori sì ricca, ma anche severa, anaffettiva e irregimentata, col mito dell’America “in cima al mondo” (come una manciata di anni prima l’aveva definita Winston Churchill), dei supermarket e dei beni di consumo in scala industriale, del sospetto anticomunista che sfocia nel maccartismo e della terra delle opportunità in cui farsi largo sgomitando.

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