Miliardario atipico, icona americana, candidato alla Presidenza. Profilo di un giovane leone di settant’anni.

 

Fra i molti profili di Donald John Trump reperibili con una veloce ricerca su Google, ce n’è uno che contiene una chiosa che mi sembra inquadrare il personaggio alla perfezione: rispetto agli altri tycoon della sua epoca, Trump ha capito che non deve essere miliardario per essere famoso, ma al contrario che il prerequisito necessario all’incremento del proprio patrimonio è la fama. È una teoria che spiega molto di «The Donald», uomo d’affari di successo, celebrità ultradecennale e da qualche settimana anche candidato Presidente degli Stati Uniti.

Nel suo recente announcement alla Trump Tower di New York si è disgraziatamente scagliato contro gli immigrati messicani, definiti nientemeno che «stupratori» con leggerezza e consueto ghigno da maschio alfa in favore di telecamera. Eppure non è stato uno scivolone, una caduta di stile, un’infausta concessione alla verbosità. È un modus operandi, una strategia spregiudicata, ma consapevole. Tra le altre cose, durante l’annuncio il sessantanovenne ha anche rimarcato: «Non mi interessa fare lobbying, cercare fondi, non mi interessano le donazioni. Userò i miei soldi. Sono molto ricco, sapete?», e poi un disegno con la mano per aria, come a dire “lasciatemi in pace”. La folla è andata in visibilio e sarebbe stato strano il contrario, volendo credere al retroscena diThe Hollywood Reporter per cui si trattava di comparse di un’agenzia newyorkese a cui erano stati corrisposti cinquanta dollari a testa

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