In un dibattito culturale reso dialogo fra sordi da piattaforme in cerca di engagement, da una parte il politicamente corretto è diventato il babau, dall’altra ci si affretta a scrollare le spalle a suon di “la cancel culture non esiste”. E la discussione seria, mai così importante, è diventata una chimera

 

In quell’eterna indolente domenica pomeriggio che è Twitter c’è posto per tutto: “Would you like to fight for civil rights or tweet a racial slur?”, ci chiedeva Bo Burnham in una delle sue brillanti canzoncine rimasteci in testa dopo aver visto il suo speciale su Netflix. Ma quando non si lotta per i diritti civili, tra un trending topic e l’altro, da qualche tempo sui social network ci si accapiglia sul più insondabile dei misteri, dando involontariamente vita a una diatriba gnoseologica permanente sull’imprendibile pietra filosofale di questi anni intellettualmente perduti: la cancel culture.

Che l’espressione provochi contemporaneamente irritazione cutanea, nausea ed epistassi a molti – me compreso – non è un caso: anche rimanendo nei confini immaginari dell’internet italiano, nell’ultimo anno è diventata la parola d’ordine di scontri più e meno fratricidi che hanno portato seri professionisti, tuttologi improvvisati, stimati accademici, pensosi titolari di dottorati, prolifici giornalisti e generici ossessionati a berciarsi contro per ore ogni giorno, scomunicandosi a vicenda e accusandosi con crescente veemenza in gogne a spirale ricche di fallacie e screenshot.

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