Quello del 12 giugno 1987 doveva essere un discorso senza riferimenti al muro per Reagan, pena la crisi diplomatica con Gorbacev. Ma la storia è fatta di scelte controcorrente.

 

La mattina del 12 giugno 1987 alla caduta del muro di Berlino mancavano ancora due anni abbondanti, e l’inconfondibile cielo ingrigito della capitale tedesca accoglieva il 40esimo presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan per le celebrazioni dei 750 anni della città. L’ex attore – revers classico, cravatta rossa e riga a destra d’ordinanza – seguendo un programma fitto aveva già visitato il palazzo del Reichstag, per poi dirigersi verso la Porta di Brandeburgo coi migliori auspici; d’altronde col suo omologo sovietico, il segretario del Pcus Michail Gorbačëv, le cose andavano bene, e non c’era ragione di escludere che presto sarebbero andate anche meglio: le parole d’ordine di apertura di glásnost e perestroika rilanciavano le speranze di pace, e Usa e Urss, i vecchi nemici, si erano già seduti al tavolo per discutere la drastica riduzione delle testate nucleari che da decenni si puntavano contro.

C’era, però, ancora quel muro, simbolo eterno di un continente diviso a metà. Lo stesso Reagan l’aveva scrutato dietro uno spesso strato di vetro antiproiettile dopo aver visitato il parlamento tedesco, arrivando con lo sguardo fino ai checkpoint della Germania Est, per poi lasciare all’emittente Cbs una smorfia amareggiata: “È una brutta cicatrice”. Poco dopo, alle due di pomeriggio, davanti alla porta di Brandeburgo il volto simbolo degli anni Ottanta avrebbe pronunciato uno dei discorsi politici più rilevanti della storia occidentale. La durata cronometrica si ferma a 26 minuti, ma a fare la storia sarebbero stati soltanto una manciata di secondi con lo sguardo fisso davanti a sé: “Mr. Gorbacev, tear down this wall!” (“signor Gorbacev, abbatta questo muro!”).

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