Quel che ho da dire sulla cancel culture

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Non penso che non si possa «più dire niente», anzi: in Italia è ancora concesso dire tutto, sia nelle aule istituzionali che nei salotti tv, nelle occasioni pubbliche, agli eventi privati, nelle aziende, negli uffici, sui giornali, eccetera. So, però – e non è un «penso» perché l’ho sperimentato in prima persona non una, ma centomila volte – che diventa sempre più difficile discutere, e che questa difficoltà è un verosimile, rodatissimo prologo del senso stretto di questo ritornello propinatoci ad arte dai soliti noti. Non tutto il mondo è Italia, per cominciare: non lo sono i social network, che vivono di vita propria, e dove se c’è una dittatura vigente è quella del darsi ragione a vicenda, con annessi anatemi e crucifige per chi begs to differ.

Intendiamoci, non è lecito opinare su temi come il rispetto dei diritti delle minoranze e l’inclusività, né mi aspetto reazioni improntate al contegno viennese davanti a chi vorrebbe limitare gli uni e l’altra. Ma se non siete arrivati sulla Terra giovedì scorso sapete bene che il discorso apodittico, il tono pretesco-marziale e la corsa perennemente indignata alle torce del retweet non si applicano nemmeno più lontanamente soltanto a questi casi. Anzi, il flame è un colore che va bene su tutto: solo per citare le mie esperienze degli ultimi tempi (di importanza relativa, ma le gocce nel mare sono tutte identiche), mi hanno dato/urlato del contiano perché ho criticato il Salvini del Papeete; del renziano in malafede (e chissà al soldo di chi) quando ho iniziato a mettere in luce certe risibili pose dell’improvvisa fede progressista in Conte; del nemico delle donne quando ho firmato un singolo articolo su una femminista con una storia controversa tornata d’attualità; del sessista quando ho pubblicato una battuta senza alcun riferimento di genere, né personale, su un dileggiatissimo articolo apparso su Internazionale incidentalmente scritto da una donna, perché uno che passava di lì mi aveva indirizzato una «lettera aperta» per dimostrarsi il più marziale e pretesco del gruppo; del buonista quando ho scritto di immigrazione e bufale xenofobe annesse; del figlio di papà col culo al caldo quando ho avuto l’ardire di contestare false coscienze di sinistra. Eccetera.

In parte tutto questo è senza dubbio dovuto agli strumenti che usiamo, come dicono quei tre o quattro ancora strenuamente interessati all’approfondimento. Ma siamo anche noi. Siamo noi che diciamo «la cancel culture non esiste» con la leggerezza confortante e la sicumera di uno slogan scandito allo stadio, sapendoci seduti nella curva giusta, e poi di fronte a casi come quelli del biografo di Philp Roth, Blake Bailey, che vede la sua biografia andare al macero per fatti da provare di 30 anni fa, giriamo il piede nella sabbia, guardiamo dall’altra parte e, invece di farci domande, tiriamo ancora più dritto. Siamo noi che abbiamo sposato una parte e ora dobbiamo difenderla dai possibili flame della parte avversa, altrimenti «si fa il gioco di Salvini» (curiosamente, quando gli stupidoni liberaloni moderatoni usavano lo stesso pseudo-argomento del «fare il gioco di Salvini» per dibattiti come quello sullo ius soli, i cretini erano loro). Siamo noi che abbiamo assorbito sottopelle «l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto», per citare, e la nostra definizione di «torto» si è ormai espansa fino a racchiudere in sé quella di «sospetto di torto» (un piccolo salto semantico che nella storia ha sempre portato a brutti capitomboli).

E siamo noi che, in definitiva, non sappiamo più ragionare, o almeno non senza scomunicarci a vicenda. Perché siamo occupatissimi a darci ragione, mostrarci dalla parte giusta, condividere con un uditorio inesistente il nostro altrettanto inesistente attivismo, che è comodo e immediatamente soddisfacente come tutto ciò che non impegna e fa sentire migliori. In Italia si può dire qualsiasi cosa e rimanere non dico impuniti, ma direttamente premiati e promossi, checché ne dicano i due tristi comici di cui abbiamo parlato negli ultimi giorni. Ma il mondo del 2021 non lo decidono a tavolino Pio e Amedeo davanti a un pubblico serale di conservatori rancorosi sul divano: è quello che costruiamo noi ogni giorno, scegliendo tra le granate dell’assolutismo e la pace compromissoria delle sfumature e del contraddittorio. E la scelta fin qui mi pare evidente, ecco.